L’ex manager Ue che salva le lucciole minorenni

Giancarlo Perna

Appena entro, il sottosegretario agli Esteri e senatore di Fi, Giampaolo Bettamio, si barrica con me nello studio chiudendo a chiave le tre porte. È il mio primo sequestro in 30 anni di lavoro.
«Il Giornale non paga riscatti», lo avverto.
«Qui è un porto di mare. I miei scorrazzano come motoscafi. A mali estremi, estremi rimedi», dice Bettamio e i fatti gli danno ragione. Comincia il valzer delle maniglie che si alzano e abbassano nel vano tentativo dei collaboratori di forzare le porte. Però quando racconta la sua tristissima vita alla Farnesina, capisco che in realtà mi considera un prezioso diversivo da tenere sotto chiave. Il sottosegretario entra alle otto ed esce alle dieci di sera. Lo stesso ritmo ha imposto alla segreteria e al gabinetto. A pranzo, mangiano pane e frittata.
«Ma chi glielo fa fare?», chiedo.
«Ho mantenuto le trentennali abitudini di funzionario Cee. In Lussemburgo, alle otto si è al lavoro», dice con un po' di «essce» di Rimini, la sua città.
«Ma lì si esce alle sei del pomeriggio», dico, conoscendo gli usi nordici.
«Ma siccome in Italia si inizia a lavorare a mezzogiorno, mi tocca poi prolungare fino alle dieci di sera», replica il sessantaseienne senatore. È un uomo di forme armoniose e asciutte, lievemente abbronzato e coi capelli a spazzola. Perfetto per un ruolo brizzolato in un film con Greta Garbo.
«Quindi, anche oggi, frittata a colazione», dico.
«No, a pranzo col ministro Fini nel suo appartamento qui alla Farnesina. Parleremo di tango-bond», dice.
«Le obbligazioni argentine cartastraccia. Farete qualcosa per i poveri creditori?».
«Questo è il punto. Fini dice pubblicamente che il comportamento argentino è da “truffatori”. Rifiuta di andare a Buenos Aires o invitare qui il premier. Gli dirò: “Datti una calmata”. Così, peggiora le cose. Chirac e Zapatero, per salvare il salvabile, hanno già incontrato più volte il primo ministro argentino. Bisogna adattarsi alle circostanze».
«Sta dicendo che Fini non è Cavour?».
«Sono qui da poco e non ho avuto ancora modo di stabilire se sia o no un Cavour...».
«Quando lo scopre, mi telefoni».
«... So che è un uomo con cui si parla senza problemi ed è un ottimo capo struttura».
«Lei è entrato in politica a 57 anni, dopo il lungo periodo nell’Ue. Com’è questa vocazione tardiva?».
«La vocazione l’ho sempre avuta. Sono un dc di lungo corso. Tre volte membro del Consiglio nazionale. Responsabile per gli italiani all’estero durante la segreteria De Mita».
«Poi la Dc è finita e lei ha cambiato cavallo».
«La Dc ha cessato la sua funzione, quando gli insegnamenti del Concilio Vaticano II sono diventati coscienza comune. Il Concilio aveva detto che i cattolici potevano militare ovunque, senza un proprio partito. Così anch’io ho lasciato la Dc e ho scelto il versante più affine: Fi. Non si può andare avanti, con la testa girata indietro».
«Folgorato dal Cav?».
«Conosciuto da imprenditore negli anni '70 in Lussemburgo. Mi chiese di presentargli Mariano Rumor che era a capo dell’Unione mondiale democristiana di cui ero vicesegretario. Ho fatto da tramite e da allora ci siamo scambiati gli auguri di Natale».
«Quando ha rivisto il Cav politico?».
«Lavoravo ancora all’Ue. Fi aveva 21 eurodeputati piuttosto imbranati. Berlusconi mi chiese di fargli un corso rapido. Ci chiudemmo in un castello di Como per una tre giorni intensiva. Io spiegai l’Ue, Tommaso Padoa Schioppa li erudì in economia. Ma non era sufficiente. Così il Cav mi pregò di assumere la segreteria generale del gruppo di Fi a Strasburgo. Di qui al seggio in Senato nel '96, il passo è stato breve».
«Ora è stato promosso alla Farnesina. Che impressione?».
«Bel posto. Bei mobili», dice Bettamio che indica consolle e trumeau del suo elegantissimo studio. «Tutta roba autentica. Il segretario generale, Vattani, mi ha detto: “Mi raccomando non toccarli, sono preziosi”. “Ma io ho bisogno di cassetti e ripiani dove mettere libri e documenti”, ho replicato. Così, mi hanno portato questa libreria in stile, rigorosamente falsa, che posso riempire e prendere a calci», dice e gliene dà uno di cuore. Ha impeccabili scarpe nere sotto il completo grigio.
«È un politico eclettico. Ha presentato leggi su Fitness, discoteche, sull’Albo professionale dei detective», dico.
«Ho una vita eclettica. A 14 anni ero nella selezione per la Nazionale di ginnastica. Frequento ancora le palestre e ho fatto il provvedimento sulla fitness per tutelare i giovani dalla droga. Così come ho introdotto garanzie giuridiche per i ragazzi che fanno i buttafuori nei night e quelli che fanno i detective. C’è un vuoto nei mestieri dell’avvenire che cerco di colmare».
«Una perla è il suo ddl che sbatte in galera per sei mesi il cliente della prostituta straniera minorenne».
«Mi sono ispirato a don Benzi. Queste ragazze sono le vittime più facili, costano meno, stanno zitte. Agli zerbinotti che le usano, fa bene un po' di cella e uno psicologo che gli spieghi che il mondo non è un mercato del sesso».
«È un baciapile?».
«Un credente cui bastano due comandamenti su dieci: Io sono il Dio tuo e amatevi l’un l’altro».
Che ci trova un tipo come lei in Berlusconi?
«L’intuito. Nel '94 ha capito che era finito il pluripartitismo e ci ha dato i Poli. Ora ci traghetta a un bipartitismo europeo».
Cosa pensa del Cav?
«Uomo di carisma e di grande generosità. Per commuovere Berlusconi ci vuole poco. Poi, odia i contratti. Gli basta la stretta di mano. Solo perché mi ha detto: “Sarai nostro parlamentare”, io ho lasciato un mestiere da 30 milioni al mese».
Migliore da imprenditore che da Premier?
«L’imprenditore pensa, decide, attua. Il politico pensa, media e attua quello che può. Gli alleati sono stati il suo freno».
Pensa a Marco Follini?
«Ho l’impressione che Follini metta in difficoltà pure i suoi. Non so se voglia visibilità o abbia un disegno politico. Se lo ha, è materia da Sibilla».
Ci crede al partito unico della Cdl?
«Il partito unico esige un segretario unico. Gli altri vanno a casa? E chi, Casini, Fini, Follini? È talmente difficile convincere ognuno di questi a farsi governare dall’altro che, per ora, il partito unico non ce lo vedo».
Vede il Cav passare la mano?
«Penso ci stia pensando. Gli anni passano per tutti. Ma un conto, se avrà creato un erede. Un altro, se lasciasse la Cdl a una banda di litigiosi. Spero mai».
Chi dopo il Cav?
«Casini o Formigoni. Due mondi diversi, egualmente validi».
Ci si è messa anche la sua diletta Ue. L’euro ci ha atterrati.
«L’euro è il traguardo che inseguivamo da 30 anni. È una conquista. Abolirlo, è una sciocchezza».
Ha raddoppiato i prezzi.
«Il governo precedente, che ha tenuto a battesimo l’euro per sei mesi, nulla ha fatto per prepararci. Né il premier Amato, che pure è un economista, né tutta la banda D’Alema, Prodi, ecc.».
I parametri di Maastricht, brutta bestia.
«Ci volevano regole più elastiche. Italia, Germania, Francia, in recessione, ne sono state danneggiate. Olanda e Lussemburgo, che erano per l’applicazione rigida e in fase di espansione, se ne sono avvantaggiati».
Ognuno dovrebbe essere libero di fare da sé?
«La Bce è governata da tecnici che non rispondono a nessuno e che applicano le ricette dei libri. Bisogna mettere dietro alla Bce, e al più presto, un responsabile politico».
Della diminuzione delle tasse non ci siamo accorti, l'industria langue.
«L’economia paga vecchi squilibri irrisolti. Noi abbiamo cercato di ammodernarla, ma il Paese si è ribellato».
Perché non avete mantenuto le promesse.
«Al contrario. L’Italia si è schierata contro proprio perché abbiamo fatto. Chi è stato toccato, si è risentito: notai, medici, professionisti, industriali. Agli statali abbiamo aumentato gli stipendi perché Fini ha detto: “Non possiamo avere tutti contro”».
Convinca gli italiani a rivotare nel 2006 la poco appetibile Cdl.
«Fate uno sforzo di ragionamento e dateci una mano per finire di innovare. A metà guado, anche la Thatcher fu impopolare. Il centrosinistra, se mai diventerà una coalizione, vi darà la patrimoniale, non la modernità».
I terroristi colpiscono i Paesi impegnati in Irak. Le tre B - Bush, Blair, Berlusconi -, hanno sbagliato tutto?
«Noi non siamo impegnati nella guerra, ma nel dopoguerra. I tre, in ogni modo, fanno un buon triangolo. Il problema sono Chirac, Schröder e Zapatero che vogliono rinazionalizzare le politiche estere. Prospettiva spaventosa».
Chi stima a sinistra?
«Discuto col ds Enrico Morando, chiacchiero volentieri con D’Alema, rifletto su quel che dice Bertinotti. Non riesco a trovarmi con gli Angius, i Fassino, i Folena».
Quale ricetta dell’Ulivo apprezza?
«Quando ne tireranno fuori una, saprò dirle. Auspico Prodi a reti unificate per dirci il suo programma».
Prodi è suo corregionale. Lo conosce?
«Eravamo insieme assistenti all'università, nello stesso gruppo di Andreatta».
Chi auspica leader dell'Ulivo nel 2006?
«L’amico Prodi. Il contrasto con Berlusconi sarebbe illuminante».
Cioè?
«Prodi è così poco convinto, involuto e funereo che se anche annuncia un matrimonio, pensi alla cremazione».