L’ex prefetto: «Nessuno spazio a Dario»

«Adesso lavorerò alla mia lista. E Rifondazione non ci chieda il vicesindaco»

Sabrina Cottone

Palloncini, ragazze pon pon, magliette con le scritte colorate a pennarello: «Ferrante sindaco». Sono le ventidue e 45 quando scatta il primo brindisi nel quartier generale di Bruno Ferrante, trecento metri quadrati nella centralissima via Turati. Poi l’aspirante sindaco raggiunge i rappresentanti dei partiti e la butta in politica: «È un segnale contro il governo Berlusconi». E nonostante l'affluenza in calo rispetto al voto di ottobre per Romano Prodi, si dice molto soddisfatto degli ottantamila milanesi ai centoventiquattro seggi. L’ex prefetto si toglie l’eskimo e annuncia di non aver intenzione di aprire al premio Nobel: «Non dobbiamo dare spazio a chi, come Dario Fo, ragiona in termini di essere contro. No al parcheggio e no a tutto». Rivendica il non aver mai risposto colpo su colpo agli attacchi di Fo: «Si vede che lo stile paga». Ferrante non vuole fare troppi sconti neanche a Milly Moratti e Davide Corritore: «Le primarie sono state un dibattito tra culture diverse».
L'ex prefetto apre un fronte anche con Rifondazione comunista: «I partiti si conteranno alle politiche e alle amministrative. Non è che Rifondazione adesso chiede il vicesindaco!». Dà lezioni di politica alla classe dirigente dell'Unione a Milano: «In dieci anni il centrosinistra non è riuscito a riemergere da Tangentopoli. Dobbiamo aiutarlo a venirne fuori». In più, ecco l'immediato annuncio di una lista civica che minaccia di togliere voti ai partiti della coalizione e soprattutto alla Margherita: «Adesso lavorerò alla lista Ferrante».
Durante la chiusura della campagna per le primarie aveva attaccato Letizia Moratti. Adesso torna a lanciare giudizi pesanti: «Ho rispetto per lei ma con il suo dirigismo e aziendalismo, fa esplodere i conflitti sociali». Poi si dice disponibile al confronto tv con la candidata della Casa delle libertà: «Per me sarà un piacere».
Ferrante è andato a votare nel seggio di via Pace, poco lontano dalla sua casa nella esclusiva via Conservatorio. E già di prima mattina sfoggiava una certa sicurezza nella vittoria, la convinzione che la mobilitazione di partito (soprattutto quella dei Ds) avrebbe garantito il successo. «Oggi mi sento molto più forte e motivato rispetto a tre mesi fa», la battuta regalata uscendo dal seggio, a commento dei tre mesi di campagna elettorale in cui è stato bersaglio continuo dell’attacco di Fo. I toni sono sentimentali: «Mi ha regalato molte cose parlare con la gente, incontrare le persone: se ne esce più ricchi di umanità, di sensazioni, di emozioni, una ricarica psicologica straordinaria dall’impegno fisico richiesto dalla campagna elettorale». Poi l’ex prefetto, che già nei giorni scorsi ha rilanciato il cavallo della Resistenza («bisogna ripartire dall’antifascismo»), ha partecipato alla manifestazione per la Giornata della memoria, una breve sfilata da piazza San Babila al Duomo.
I tre mesi di campagna per le primarie non sono certo stati una passeggiata per Ferrante, travolto prima dallo choc della sinistra per la scelta di candidare un prefetto. E poi dalle violente delegittimazioni arrivate da Dario Fo, che non ha nascosto nemmeno per un giorno tutto il fastidio e l’avversione per colui che ha definito «un questurino» o «uno che dice le stesse cose che dico io, solo il giorno dopo». E in effetti Ferrante ha detto cose sbalorditive per un uomo che fino a pochi giorni prima era il prefetto di Milano. «Il Leoncavallo deve restare dov’è, svolge un ruolo sociale di supplenza rispetto alle istituzioni» l’ultima delle uscite che ha scatenato la derisione di Fo. Tra le altre proposte forti di Ferrante, il voto agli immigrati per le amministrative. Di più, nell’autobiografia offerta ai fan sul sito, ha trovato il modo di mettere l’eskimo sessantottino tra i cimeli che hanno fatto la sua vita: «Ricordo delle manifestazioni...».