L’ex ribelle Jovanotti mette lo smoking al suo funky rock

Grande successo per il debutto a Rimini che rivela uno showman rinnovato

Rimini - E poi all’improvviso il suo volto appare sul megaschermo: lo riprendono in diretta dai camerini, quelle stanzette brulle che stanno dietro al palco. «Vai, cominciamo». Inizia così, inizia con una proiezione televisiva il primo concerto del tour già esaurito di Jovanotti (il 29 e 30 a Milano), qui al 105 Stadium di Rimini che è strapieno di gente che lo conosce benissimo (tra il pubblico anche Valentino Rossi e i Negramaro) ma che alla fine avrà scoperto un artista nuovo. E dai, diciamolo: Jovanotti, che ha appena pubblicato il vendutissimo cd Safari, non è mai stato così bene, mai così rotondo nell’espressione, così capace di dare sostanza alla forma.

Sarà per questo che il pezzo iniziale è un terremoto: Safari fa tremare i muri e il merito non è solo dei due batteristi che picchiano come dannati e sono sincronizzati meglio di nuotatori olimpici (l’americano Mylius Johnson e l’anglo giamaicano Gareth Brown) o di Saturnino che pizzica il suo basso senza pietà. Il merito è soprattutto di Lorenzo Cherubini, per brevità chiamato Jovanotti, che piomba in mezzo alla sala (dal palco parte una pista che penetra per venti metri in platea) vestito come Robert Redford nel Cavaliere elettrico di Pollack, ossia fasciato da una giacca nera con i bordi illuminati da luci bianche che si accendono e si spengono a comando, con un effetto tra il surreale e lo scheletrico. E se proprio bisogna fare il confronto con il passato, c’è subito Penso positivo, un pezzo di quindici anni fa o giù di lì durante il quale Jovanotti si muove come allora ma il suono proprio no: è cresciuto anche quello, è maturo, rende quasi lontane quelle strofe («Io penso positivo perché son vivo») perché l’artista per brevità chiamato Jovanotti «ha fatto piani per un nuovo mondo», come canta in Come musica, lasciando svanire le belle utopie per contentarsi delle belle realtà quando ci sono. E così il gruppo ricuce una tela di funky sensuale e ritmato, pieno di tutte le musiche del mondo mentre lui canta Temporale, Dove ho visto te, Una storia d’amore, Serenata rap e ci vuole solo un attimo per capire che A te è il brano dell’anno: la gente lo canta a memoria, un boato commovente che il megaschermo (mai usato prima in Europa) rimanda a sprazzi.

E va bene, lo scatenato Jovanotti prima mescola L’albero, Tanto, Una tribù che balla e Falla girare in un’orgia di suoni cui è difficile resistere: la sala difatti si muove come fosse una ola e l’effetto è roba da Maracanà. Ma poi forse è meglio che si fermi un po’: e così c’è una parte acustica, con lui seduto su di una seggiola in mezzo alla platea e la band laggiù a suonicchiare piano. Tanto poi si riprende dopo cinque brani con L’ombelico del mondo, altro sberlone funky, e l’inattesa Rimini di De Andrè, che Jovanotti canta con un’incertezza che affoga nella bellezza dei versi. E forse qui c’è il centro dello show: una forza della natura che non ha più timori di mostrarsi per com’è, cioè soprattutto con i suoi limiti che ormai sono arabescati dall’esperienza e dall’impazienza di crescere comunque vada. Ricordate il ragazzetto di Gimme five, lo spilungone stranito di Ciao mamma?

Ecco, adesso a 41 anni arriva sul palco vestito con lo smoking – e con lui tutta la band – mentre sullo schermo c’è un Domenico Modugno del 1954 che canta Un uomo in frac mescolata benissimo, sorprendentemente ricucita con il brano Come musica fino a far svanire le note nel chiasso del pubblico che rimane a bocca aperta e impacchetta questo show tra i ricordi con una scritta ben chiara: stellare. Bentornato, adesso è un Jovanotti che può arrampicarsi fin lassù e guai a chi non se ne accorge.