L’ex sciamano dei Pink Floyd illumina il «lato oscuro» dell’Arena

A Verona rivive l’atmosfera visionaria del disco del ’73

Cesare G. Romana

da Verona

Ma sì, gli anni hanno reso Roger Waters, tenebroso ex leader dei Pink Floyd, più incline al sorriso, e i «fuori onda» di In the flesh, recente cofanetto con dvd dal vivo, ne mostrano atteggiamenti quasi ludici. Ma sul palco nulla incrina l’antico carisma, il magnetismo sciamanico e la conseguente capacità d’ammaliare il pubblico. Con la mobile maschera scavata dal tempo, i gesti essenziali, la nervosa magia della musica.
Ora poi, nel concerto approdato ieri all’Arena, dodicimila presenti e tutti in delirio, c’è di mezzo The dark side of the moon, l’album del ’73 rimasto in classifica per un quarto di secolo, non il più grande ma certo il più amato del mitico gruppo. Che Waters - facendolo precedere da un’ampia carrellata di brani, in vario modo legati all’incubo della guerra - ripropone per intero come già fece nell’89 con The wall, sull’ex Muro di Berlino davanti a duecentomila persone, con un cast mirabolante: Van Morrison, Joni Mitchell, gli Scorpions sospesi a un muro di plastica, che via via si sgretolava secondo copione.
Qui la drammaturgia è più sobria, quanto a trovate sceniche. Non che difettino le seduzioni visive: deflagrazioni di luci, interpolazioni filmate, fuochi d’artificio. E non che i suoni smentiscano l’originaria vocazione «pittorica». Ma c’è nella severa impostazione del canto, nella rimodulazione degli arrangiamenti, nella stessa impaginazione delle immagini e degli effetti speciali, un’interiorità nuova, un’incursione nei recessi della coscienza che i Pink Floyd del dopo-Waters sostituivano con un gigantismo - pompierismo? - fin troppo proclive alla grandeur, piuttosto che alla grandezza.
Waters, invece, mira a ridare evidenza, ma per davvero, al «lato oscuro della luna»: quello dell’inconscio, del mistero intrinseco, se vuoi del dubbio e della surrealtà. E così il suo Dark side è finalmente un viaggio in un Io secretato, nelle sue pulsioni sottotraccia e nella sua prepotenza nascosta. A ciò subordinando, mai anteponendo, le risorse tecnologiche, il delirio timbrico, la spettacolarità. La quale, pure, non si fa mancare nulla, in questo melodramma estremo il cui è fine è - disse Waters all’epoca - «raccontare la vita esemplificandola col battere del cuore, stanandone le pressioni anti-vitali, parlando di quanto conduce la gente alla pazzia»: potere, denaro, violenza, disamore.
Ma siamo più nei paraggi del delirio lisergico di Syd Barrett - adombrato in Brain damage: «Se la tua orchestra prende a suonare canzoni diverse / allora ti vedrò sulla faccia oscura della luna» - che del fasto megalomane degli ultimi Pink Floyd, in questo avventurarsi delle chitarre, delle tastiere, dei cori, delle immagini, delle macchine ben al di là di quelle che Huxley chiamava «le porte della percezione». In tal senso The dark side of the moon diventa quasi, rispetto alla versione d’origine, un altro da sé. O, forse, quello che avrebbe voluto essere, se dopo tanta musica «pura» i Pink Floyd non avessero scelto di tornare alla forma-canzone, per assicurarsi la commestibilità del prodotto e con essa la clemenza del mercato.
Oggi, in tempi di mercato morente, Roger Waters può permettersi di andare oltre. Riambientando in una sorta di landa subliminale una Breathe mai così estenuata, radicalizzando l’impianto iperrealistico di Time, aggiungendo vibrazioni sinistre al divertissement metronomico di Money. Di più: trascinando in un avvelenato crescendo la grazia fluente di Brain damage, e infine restituendo ad Eclipse, in un algido parossismo di chitarre, la sua funzione originaria: sintesi implacabile dell’intera «filosofia» dell’album, ché «tutto il presente e tutto quello che è andato / e tutto il futuro e tutto quanto / è in sintonia sotto il sole / ma il sole è eclissato dalla luna».
Quanto a lui, domina il tutto con la sua presenza sorniona, restia agli atteggiamenti plateali e all’enfasi profetica, e anche per questo stregante: per quel sovrappiù d’inespresso che annette a una musica tanto visionaria quanto carica di mistero. Ed è inevitabile il reiterarsi delle ovazioni, da una platea soggiogata.