L’EX SINDACALISTA DEPUTATO PD 4 SERGIO D’ANTONI

Roma Sergio D’Antoni è un esponente del Pd (responsabile per il Mezzogiorno) e anche un ex segretario generale della Cisl, sindacato preso di mira dalla Fiom. Fa parte dei cattolici che militano a sinistra e che non hanno apprezzato l’entusiasmo della segreteria per la manifestazione delle tute blu della Cgil. Oggi si ritiene soddisfatto perché il Pd non ha aderito ufficialmente. Ammette che la manifestazione di Cisl e Uil sul fisco ha ricevuto meno attenzioni di quella della Fiom. E avverte il suo partito: ora non si rincorra Italia dei Valori e la sinistra antagonista.
C’è un po’ di imbarazzo per la partecipazione di esponenti importanti del Pd alla manifestazione della Fiom?
«La cosa importante è che il Pd in quanto tale non abbia partecipato con una delegazione ufficiale».
C’era il responsabile economico Stefano Fassina.
«Questo non significa che il Pd abbia aderito a una manifestazione di parte. Ciascuno individualmente può fare quello che vuole, ma il segretario non c’era. È un partito plurale, l’importante ora è che si trovi una sintesi».
Secondo lei c’è stata una maggiore attenzione verso questa manifestazione rispetto a quella di Cisl e Uil per ridurre le tasse sul lavoro?
«Non lo nego. Ma per me a questo punto conta l’impegno del segretario Pier Luigi Bersani a Busto Arsizio, quando ha detto che il Pd deve elaborare una posizione autonoma e fare sintesi. Poi ha condannato gli attacchi alle sedi Cisl, tra gli applausi di tutti».
Tra le adesioni alla manifestazione della Fiom, con tanto di intervento video nel sito delle tute blu Cgil, c’è quella di Action, che ha rivendicato l’assalto alla sede della Cisl.
«Su questo chi dovrebbe riflettere molto seriamente è la Cgil. Comportamenti come questi sono inconciliabili con qualsiasi forma di espressione sindacale».
Italia dei Valori e gli altri partiti della sinistra hanno aderito e partecipato vistosamente. Il Pd teme che occupino uno spazio e vi rubino elettori. Condivide questi timori?
«Mi viene da dire: questa è la democrazia bellezza... Non ho queste preoccupazioni. Il Pd è nato con una vocazione maggioritaria e deve capire che questo comporta necessariamente lasciare spazi agli altri».
Colpito dai cartelli contro Bonanni, Angeletti, Marchionne?
«Un segnale pessimo, vergognosi. Io penso che nella dialettica non si può trascendere, offendere l’onorabilità di un sindacalista è inquietante. Mi dispiace - ha sottolineato - che la Cgil e gli organizzatore non abbiano detto niente a tal proposito. Mi auguro che Epifani dica qualcosa di chiaro, come ha fatto con gli assalti alla Cisl».
Alleanze con la sinistra che ha sfilato sono possibili?
«Se le parole d’ordine sono quelle di oggi, come minimo è difficile. Se la prospettiva è di creare un’alternativa al governo può essere possibile, a patto che trovi una sintesi. Altrimenti ognuno si prenderà le sue responsabilità».
Da ex sindacalista, pensa che dopo questa manifestazione si possa archiviare definitivamente l’unità sindacale?
«Non c’è niente di insuperabile. La storia del sindacato dimostra che ci sono fasi durissime che poi si sono ricomposte. Dopo il 1984 e nel 1985, stagione di contratti ed accordi separati, riprendemmo il filo dell’unità di azione che poi portò ad accordi importanti, come quello sulla politica dei redditi. Certo adesso si è aperta una fase non semplice».
Condivide le richieste della Fiom?
«Parte da una parola d’ordine sbagliata: “Sì ai diritti e no ai ricatti”. La Fiom descrive una situazione che è lontana dalla realtà, per due ragioni. Intanto dà un giudizio sbagliato sugli altri sindacati. È come se la Fiom dicesse che Cisl e Uil hanno accettato un ricatto e questo non corrisponde al vero. Il secondo motivo per cui sbagliano è che tutto parte dall’accordo per Pomigliano che a me pare importante. Finalmente una produzione è stata spostata dall’estero verso l’Italia quando normalmente avviene il contrario».
Lei da sindacalista avrebbe siglato l’accordo per Pomigliano?
«Non c’è dubbio. Ne firmai uno simile, quello che portò all’investimento per Melfi. Le condizioni erano diverse, non c’era questa crisi, lo stato ci mise 3.000 miliardi di lire. Fu una scelta importante perché portò lo sviluppo in quell’area. Allo stesso modo le ricadute dell’investimento per Pomigliano, che sono circa 700 milioni di euro, avranno un impatto superiore sull’economia locale. Circa 1,8 miliardi. Se vogliamo il punto dolente è l’assenza del governo in tutta questa vicenda. Non c’è una politica industriale e fino a poco fa non c’era nemmeno un ministro dell’industria e questo è grave».