L’ex terrorista lancia l’allarme: «Le Br possono colpire ancora»

Gaia Cesare

Da due giorni è nella bufera per essere stata inserita dal ministro della Solidarietà sociale tra i 70 membri della Consulta nazionale per le tossicodipendenze. Ex brigatista, condannata per il duplice omicidio nella sede dell'Msi di Padova (il primo fatto di sangue attribuito alle Brigate rosse) Susanna Ronconi ricorda bene quegli anni vissuti da protagonista. Allora - quando già aveva lasciato le Br per fondare Prima linea, l'altro gruppo sanguinario che fece della lotta armata la sua bandiera - la chiamavano «l'amazzone del terrore». Oggi - giorno della sentenza d'appello per il processo Biagi - è una donna libera, dopo 22 anni di condanna tra derubricazioni e sconti di pena goduti grazie alla «dissociazione». E sul rigurgito di violenza delle nuove Br ha le idee chiare. Le sue posizioni le ha espresse durante un'intervista realizzata qualche settimana fa per «L'Antipatico» di Maurizio Belpietro e concordata anche per questo giornale: «Non è un caso che la storia delle Brigate rosse abbia avuto conseguenze anche in anni molto recenti. A differenza di Prima linea - che come corpo collettivo di ex militanti ha elaborato un discorso politico radicale contro la lotta armata e non ha avuto né eredi né figli - lo stesso non è avvenuto nelle Br, dove abbiamo assistito semmai a percorsi individuali di dissociazione».
È per questo che le Br sono tornate a colpire sotto una nuova veste?
«Le Br non sono riuscite a compiere in maniera collettiva e unitaria un processo di uscita dalla loro storia. E questo - ahimé - ha lasciato aperta la porta al reiterarsi di una realtà violenta. Io credo che questa sia una responsabilità politica che Prima linea ha evitato, a differenza dei brigatisti».
Si riferisce anche a personaggi come Battisti, oggi latitante? Qualcuno forse pecca di protagonismo?
«Credo che Battisti, come altri, avrebbe il dovere di fare un ragionamento pubblico sulla nostra storia passata. Lo critico per non aver mai assunto in prima persona una responsabilità politica e non aver mai fatto un discorso chiaro su quella che è stata la sua e la nostra esperienza».
Le nuove Br possono tornare a colpire?
«Credo che siano una realtà che può produrre ancora dei guasti. Ma è un fenomeno limitato, con scarsa o nulla presenza nei movimenti sociali di oggi, che sono anche molto radicali nei contenuti ma che hanno scelto strumenti di lotta sociale e politica lontani da quelli che noi abbiamo utilizzato».
Eppure ci sono ex compagni che accusano lei ed altri di opportunismo, che non credono nel vostro «pentimento ideologico»...
«L'espressione pentimento ideologico non mi piace. Noi siamo stati militanti politici e abbiamo il dovere di fare un bilancio pubblico della nostra esperienza, di ammettere che non solo siamo stati sconfitti - e questo è del tutto evidente -, ma abbiamo anche commesso un errore politico molto pesante e dobbiamo trarre delle conclusioni perché certi fatti non si ripetano».
Le forze parlamentari dovrebbero pensare a una soluzione politica?
«Sì, l'ho sempre pensato. Una soluzione politica avrebbe il significato di tentare una possibilità di riconciliazione. Oggi però mi sembra un po' tardi perché le nostre pene sono ormai quasi tutte interamente scontate. Potrebbe essere viceversa interessante per aprire un confronto sulla storia di quegli anni. Ma non vedo un clima culturale e politico attento a questo aspetto».
Come lei, altri ex brigatisti oggi sono impegnati in consulenze per enti statali. Qualcuno vi accusa di avere avuto privilegi non concessi ad altri ex detenuti...
«È vero che si fa troppo poco per le persone detenute. È anche vero che noi abbiamo il privilegio di avere una cultura, un'esperienza politica e sociale che è spendibile, un bagaglio di competenze importante. La lotta armata di sinistra ha mandato in carcere 5mila persone, che in tutto hanno scontato circa 50mila anni di carcere. Mi piacerebbe che qualcuno ricordasse che è il prezzo che abbiamo pagato».
E a chi, come la figlia di Giralucci, militante dell’Msi ucciso a Padova nel ’74, si chiede perché si debba concedere una vita normale a chi l'ha negata ad altri, cosa risponde?
«Dico che è un discorso molto duro, anche se contiene un'ovvietà, cioè che la morte è irreparabile. Ma cosa dovremmo fare? Rimanere inchiodati ai nostri gesti, senza la possibilità di ritornare nella società come persone cambiate?».