L’ex vice: «Fu Caselli a bloccare il blitz da Riina»

L’avvocato Pecorella: «Le nuove norme non hanno provocato i disastri che qualcuno aveva ipotizzato»

Mariateresa Conti

da Palermo

«È stato il procuratore Caselli a fermare il blitz che doveva essere effettuato il 13 gennaio del '93 nel residence di via Bernini dal quale era stato visto uscire Totò Riina. Fu direttamente Caselli ad avvisarmi dell'arresto. Caselli ha gestito tutta l'operazione, ed era solo lui quello che aveva contatti diretti con Mori e De Caprio e con tutti quelli del Ros...».
Hanno l'effetto di una deflagrazione le parole del giudice Luigi Patronaggio - adesso in servizio ad Agrigento ma all'epoca dei fatti, nel '93, sostituto della Dda di Palermo e in particolare, quel fatidico 15 gennaio che vide la cattura del capo dei capi di Cosa nostra, magistrato di turno - ascoltato ieri come testimone al processo che vede alla sbarra a Palermo, accusati di favoreggiamento aggravato a Cosa nostra per la mancata perquisizione del covo di Riina proprio il generale Mori e il tenente colonnello Sergio De Caprio, meglio conosciuto come capitano «Ultimo». Un’autentica «bomba». Da un lato, per la conoscenza diretta della sequenza dei fatti che Patronaggio ha per il suo ruolo all'epoca dei fatti; e dall'altro perché, per la prima volta, un testimone dice con chiarezza quello che la difesa ha sempre cercato di evidenziare, il fatto cioè che la mancata perquisizione del covo di via Bernini non fu una decisione unilaterale del Ros - e nello specifico di Mori e De Caprio - ma una scelta condivisa dalla Procura. Quella stessa Procura che quasi un mese dopo, con una lettera datata 12 febbraio del '93, avrebbe contestato con una lettera ai Carabinieri l'interruzione della sorveglianza della villetta.
Il chiarimento del giudice Patronaggio è arrivato su domanda del Pm, Antonio Ingroia. Il magistrato ha ricordato che era tutto pronto per effettuare la perquisizione. E che tutto si bloccò per una telefonata del procuratore Gian Carlo Caselli, insediatosi a Palermo proprio il giorno dell'arresto di Riina ma già in contatto diretto con Mori da prima: «La richiesta di non effettuare il blitz - ha ricordato Patronaggio - partì dall'allora capitano De Caprio che parlò con il colonnello Mori. Quest'ultimo a sua volta parlò con il procuratore Caselli che poi mi disse di bloccare la perquisizione. Caselli mi disse di avere appreso da Mori che la perquisizione non era tecnicamente opportuna, perché le indagini avrebbero dovuto proseguire in segreto, e in ogni caso non c'erano mezzi tecnici adeguati. Per me comunque era sottinteso che anche se la perquisizione non venne fatta, sarebbe proseguita l'attività di osservazione del complesso residenziale». L'ex sostituto della Dda di Palermo ricorda ancora che ci fu un «black out» di notizie nelle 48 ore successive alla cattura del superboss, e che tra i Carabinieri a livello territoriale ci furono non poche perplessità, perplessità che si accrebbero quando la moglie di Riina, Ninetta Bagarella, e i figli, rientrarono indisturbati nella natia Corleone.
Il procuratore di Torino Gian Carlo Caselli, ieri a Palermo perché ospite della Settimana alfonsiana, non ha voluto commentare la deposizione del giudice Patronaggio: «Prendo atto - ha detto - del resoconto dell'udienza riportato dalle agenzie di stampa. Ma non posso dire nulla perché in quel processo io sono testimone».