L’exit strategy secondo Scaroni: «Ispiriamoci a Roma imperiale»

Il puzzle della ripresa si sta finalmente ricomponendo. Dopo cinque trimestri consecutivi di buio recessivo, in cui la crisi era sembrata un rompicapo di difficile soluzione, l’Italia è tornata a veder la luce tra luglio e settembre: il Pil, fino a ieri una sigla associata quasi automaticamente alla contrazione economica, ha ripreso a crescere dello 0,6%. Certo non è molto, di sicuro non è abbastanza per cancellare il -4,6% di calo su base annua, l’agricoltura non tiene il passo di terziario e industria, ma è comunque una prima inversione di tendenza dopo circa 150 giorni. «Mi pare che si stia realizzando - ha spiegato Claudio Scajola, ministro dello Sviluppo economico - ciò che veniva indicato dai maggiori osservatori mondiali, cioè un recupero dell’Italia prima di altri». Mentre Renato Brunetta, ministro della Pubblica amministrazione, non esclude «un tasso di incremento nel prossimo anno anche superiore all’1%». Meno convinto è il segretario del Pd, Pierluigi Bersani: «A colpi di +0,% ci metteremo almeno sei, otto anni a tornare dove eravamo. Quindi dobbiamo mettere un minimo di sprint all’economia. Serve una vera manovra economica».
È evidente che tutte le aree di criticità generate dalla crisi non sono state debellate. E non potrebbe essere altrimenti. I consumi, fiacchi nel nostro Paese ancor prima della recessione (non a caso la Confcommercio teme «un Natale freddo»), potrebbero essere stimolati con un taglio delle imposte di difficile attuazione vista la situazione di bilancio italiana. L’assenza prolungata di un periodo di espansione economica si è infatti riverberata sui conti pubblici, con il debito statale al nuovo record storico di 1.786,841 miliardi di euro in settembre, l’1,66% in più rispetto ad agosto. Sulla testa di ogni cittadino italiano pesa insomma un debito di 30mila euro. E ancora per effetto della crisi, il gettito derivante dalle entrate fiscali è calato nei primi 9 mesi a 280,6 miliardi, con una variazione negativa del 3,3% (pari a -9,6 miliardi) leggermente più alta di quella registrata in agosto (2,5%), ma inferiore - fa notare il Tesoro - a quella media accusata nei Paesi Ue che è attorno al 10%. In ogni caso, sono calate Ires e Ire, ma ancora di più l’Iva, da sempre indicatore dell’andamento dell’economia: l’imposta sul valore aggiunto ha segnato una flessione del 9,3%.
Sul risultato del quarto trimestre rischia di pesare la forza dell’euro, ormai stabilmente nell’area degli 1,50 dollari. È un valore che condiziona inevitabilmente nazioni vocate all’export come l’Italia e la Germania. Il rafforzamento della moneta unica potrebbe dunque impattare su buona parte del settore manifatturiero, ovvero il comparto che ha fornito il maggior contributo allo 0,6% di sviluppo del Pil tra luglio e settembre. La debolezza manifestata dalla produzione industriale nella parte conclusiva del terzo trimestre ha peraltro indicato come sia difficile reggere buoni livelli d’incremento. Luca Paolazzi, direttore del Centro studi di Confindustria, mette in conto nuovi processi di ristrutturazione aziendale. «Ora viene la parte più complicata - spiega - perché si era sperato o auspicato che ci fosse un rimbalzo più forte e quindi un recupero di attività e domanda maggiore». Non potendo «contare granché su riforme che le rendano più competitive» e su un taglio consistente dell’Irap («la Germania ha spazio per fare questa operazione, noi non ce l’abbiamo»), ancora strette dal credit crunch, molto imprese che finora hanno evitato di usare la scure dei licenziamenti saranno ora costrette a tagliare la forza lavoro in modo permanente. Federconsumatori e Adusbef hanno calcolato in 3.600 euro annui la perdita di potere d’acquisto da parte delle famiglie che saranno allontanate dal ciclo produttivo.