L’exploit dei Cherubini «figliocci» di Muti

Anche il Coccia di Novara, un teatrino del Settecento ampliato nell’Ottocento e inaugurato da Toscanini con gli Ugonotti, gronda storia. Basterebbero i manifesti ingialliti di Attila e Otello. E basterebbe la presenza in teatro, in una notte nebbiosa, di Riccardo Muti. Certo, per lui che pure sta vagando per la pianura padana («ma adesso vado a Vienna e a New York») tirandosi dietro il piccolo esercito dei ragazzi della Cherubini, veri, propri e adorati figli adottivi, Novara non è un caso. Anzi, è un altro pezzo di storia. Esattamente su quel palcoscenico, nel ’67, un giovanissimo Muti riceveva l’ambito Premio Cantelli e spiccava il volo che l’avrebbe portato dove sappiamo. Lo ricorda con commozione alla fine del concerto... il bambino riccioluto che ora è il signore seduto nel palco lì di fianco, la figura di Guido Cantelli, pupillo di Toscanini scomparso a trentasei anni, nello stesso anno nel quale era stato nominato direttore stabile della Scala, quel concorso che non c’è più...: «È Cantelli che ci ha insegnato come si esegue il Mozart-Da Ponte. Partendo dal libretto, non trascurando i recitativi com’era accaduto fino a quel momento».
Dalla scomparsa di Cantelli sono passati 50 anni. E un «Così fan tutte» corredato da un appassionante carteggio Cantelli-Toscanini e da un volume della moglie Iris e realizzato con il Bookstore Scala, è qui ad attestarlo. Nel ’67 Muti ventiseienne vinse con la Settima di Beethoven. Rieccola. La Cherubini sta con lo sguardo incollato al maestro che il nostro osservatorio inquadra casualmente. È il solito condottiero imperioso. È un trattato di direzione d’orchestra. Nella destra la bacchetta. La sinistra è libera di chiedere, supplicare, dare ordini, aiutare la giovane spalla a trovare il crescendo che vuole lui, suggerire con il leggero movimento delle dita un vibrato, tirar fuori con un ampio movimento circolare del braccio una sonorità misteriosa che pare uscita dalle viscere della terra. Mentre la chiusa è il solito gesto, secco come una mannaia, che serra la bacchetta sulla spalla sinistra e annulla ogni possibilità di eco. Implacabile e infallibile il direttore sposa l’esprit de géométrie della tecnica alla finesse dell’interpretazione. I ragazzi, già «mutiani», trovano suono, legato, colore, senso d'assieme. Prima c’erano stati l’Ouverture da Die Zauberharfe di Schubert e il Concerto per violoncello di Schumann. Solista un promettente Johannes Moser, tedesco e figlio d’arte. Dopo, sempre nel nome di Cantelli e del «suo» Toscanini (che ne diresse l’integrale) un affettuoso Martucci. La grande lezione di musica e di civiltà è stata ripetuta il giorno successivo a Napoli, alla presenza del Capo dello Stato, e il giorno dopo nel fulgore del Regio di Parma. Dove la storia cambia motivazione. Nel 2007 ricorre il cinquantesimo della scomparsa di Toscanini. La sua città ha la fortuna di poter consegnare all’erede più fedele e famoso l’apertura delle celebrazioni.