L’Expo faccia il bene di Milano, non solo di Corea e Sud Africa

Se prima ero perplesso adesso comincio ad essere un po’ preoccupato. La lunga replica di Letizia Moratti all’articolo sull’Expo 2015 uscito giovedì sul Giornale confesso che mi ha ulteriormente confuso le idee.
Il sindaco di Milano afferma che il lavoro dell’Esposizione internazionale non si è mai fermato. E fa un lunghissimo elenco di iniziative. Ne cito alcune. «La creazione di centri sportivi che aiutino i ragazzi a inserirsi nel sistema educativo e formativo». In Sudafrica. «Avviare la risicoltura nelle acque salmastre». Nei Paesi colpiti da tsunami. «Garantire la filiera del latte». Nel Niger. «Quaranta progetti su tematiche relative ad agricoltura, salute, ambiente e formazione professionale». In quaranta Paesi che aderiscono al Boureau International des Expositions. «Una nuova sede della Triennale, con un progetto firmato da Alessandro Mendini». A Incheon, Corea del Sud.
Forse sono un po’ provinciale. Di sicuro non ho le frequentazioni internazionali che ha il sindaco di Milano, quelle stesse frequentazioni che le hanno consentito di strappare l’Expo a Smirne. E capisco che sia giusto essere gentili e generosi con chi è stato generoso e gentile con noi. Però, visto che la sede ufficiale dell’Expo 2015 è Milano, pensavo, e speravo, che ci fossero delle idee e dei progetti anche per il capoluogo lombardo. Idee e progetti non che partono da Milano per sbarcare chissà dove ma che partono da Milano per restare a Milano.
Sia ben chiaro. Nessuno qui mette in dubbio la bontà di queste iniziative, umanitarie, sociali, culturali. Ben vengano. E complimenti sinceri per averle ideate e avviate. Sono cose concrete, che si possono realizzare e che porteranno sicuri benefici a popolazioni più sfortunate di noi milanesi. Del resto la generosità meneghina è proverbiale.
Mi lascia invece un po’ perplesso l’accenno che il sindaco fa della Scala e del festival Mi-To. La prima in tournée c’è sempre andata, scambi culturali con altri Paesi e con altri grandi teatri lirici li ha sempre avuti. Che cosa cambia con l’Expo? I musicisti porteranno il simbolo dell’Esposizione sul loro frac? E per quanto riguarda il Mi-To si tratta di una vecchia iniziativa del comune di Torino cui Milano si è agganciata - se non ricordo male - da appena un anno. Che cosa c’entra con l’Expo?
La signora Moratti afferma poi che «Milano e i milanesi hanno capito perfettamente l’occasione rappresentata da Expo». Certo che i milanesi hanno capito. I milanesi si aspettano da questo Expo un balzo in avanti della loro città perché sanno che un finanziamento di 14 miliardi e rotti di euro non lo avranno mai più e si aspettano che buona parte di questi soldi servano per rendere Milano più bella, più vivibile, più europea. Per restituire a Milano un ruolo internazionale, morale e culturale, che non ha più.
Se ci sarà tutto questo Milano applaudirà anche la risicoltura nelle acque salmastre e la filiera del latte in Niger e i centri sportivi in Sudafrica. Ma l’entusiasmo suscitato dalla conquista dell’Expo 2015 era dovuto alla certezza che, finalmente, la nostra città avrebbe potuto avviare opere che aspetta da tempo: si è parlato di nuove metropolitane, di vie d’acqua, di rivoluzione urbanistica per ridurre il traffico e abbattere l’inquinamento, di tunnel, di nuovi edifici. Di certo questo entusiasmo non era dovuto alla nuova Triennale di Incheon, con tutto il rispetto dovuto ad Alessandro Mendini.
Ecco, è la mancanza di riferimenti a idee e progetti di questo tipo nella lunga replica della Moratti, che ci preoccupa. «Expo 2015 - scrive il sindaco di Milano - disseminerà nel mondo scuole, centri di ricerca e di formazione, ospedali, laboratori». E Milano?