L’Hitler buffo non fa ridere i tedeschi

da Berlino

Durissimi i giudizi dei critici cinematografici, furibonde le reazioni delle comunità ebraiche, fredda, freddissima l’accoglienza del pubblico. L’attesissimo Mein Fuehrer, il primo film tedesco in cui il personaggio di Hitler viene presentato in chiave comica, si è rivelato una delusione per chi pensava che sessant’anni dopo si potesse ridere e scherzare su una delle figure più malefiche della nostra storia. «Anche la satira ha dei limiti», sentenzia Der Spiegel. «In Hitler la parte diabolica e malvagia era così preponderante che riesce difficile spostare lo sguardo unicamente sui suoi aspetti ridicoli che pure c’erano ed erano molti». Sulla stessa linea il giudizio del Frankfurter Allgemeine Zeitung: «D’accordo, Hitler può anche essere visto come un clown ma in nessun momento riusciamo a dimenticare che quel clown è stato uno dei più grandi criminali del nostro tempo e questo ci impedisce di ridere».
Ovviamente non è dello stesso parere il regista del film David Levy. Svizzero, ma di lingua tedesca, e per giunta ebreo, Levy respinge l’accusa di aver voluto banalizzare la figura del Fuehrer sdrammatizzandone l’impatto nefasto sulla storia e tanto meno di aver voluto liberare i tedeschii dal senso di colpa spingendoli a guardare con occhi più indulgenti al tragico passato. Il suo obbiettivo è un altro: quello di mettere in risalto, enfatizzandoli, alcuni aspetti umani e psicologici del personaggio, spesso trascurati dagli storici, che si prestano più alla commedia che alla tragedia. E cosi in Mein Fuehrer vediamo un Hitler che al massimo della sua potenza si lamenta perché da piccolo veniva picchiato dal papà, che anche in età avanzata ha tutte le caratteristiche del mammome, tanto che non riesce ad avere rapporti normali con la povera Eva Braun, che prigioniero della sua paranoia non comunica più con gli uomini ma solo con Bondi, l’adorato cane lupo che appare avvolto in una coperta di cashmere con sopra la svastica e con il quale il Fuehrer parla di tutto, di strategia militare, degli ebrei, dei grandiosi destini del Terzo Reich mentre Berlino è in fiamme.
La storia si svolge nel ’44. La guerra va male, tra la popolazione il malumore aumenta, la popolarità di Hitler è in forte declino. Per ricreare l’entusiasmo di un tempo, Goebbels ha un’idea: organizzare una grande manifestazione durante la quale il Fuehrer terrà un discorso. Ma poiché Hitler ha una delle sue crisi depressive, Goebbels lo obbliga a prendere lezioni di recitazione da un vecchio attore ebreo strappato in fretta e furia da un lager. Per ore e ore Hitler, interpretato da Helge Schneider, un’icona del cabaret berlinese, prova e riprova toni, pause e frasi ad effetto. È uno dei momenti più comici del film. Ma il pubblico tedesco, a sentire i commenti della stampa, non ha riso.