L’ho sognato: bisogna opporsi

Spero di essere il n. 2 del CADA, il comitato anti- D'Alema proposto ieri da Giordano Bruno Guerri, ma se fossi il numero centomila, perché nel frattempo un così elevato numero di italiani ha avuto la mia stessa idea, sarei ancora più contento. L'idea di «Spezzaferro» sul Colle è infatti diventata per me un’autentica ossessione da quando ho fatto un sogno. D'Alema, diventato presidente, stava compiendo una delle visite di rito a una imprecisata città italiana ed io mi trovavo, con altra gente, lungo il percorso. Invece delle sole bandiere italiane, ne venivano agitate anche molte di rosse. C'era chi applaudiva e chi no, quando alcuni figuri si sono staccati dal corteo e con aria minacciosa hanno intimato a tutti di battere le mani se non volevano essere «puniti». Io mi sono rifiutato, sostenendo che non potevo riconoscere come presidente di tutti gli italiani un signore che da giovane aveva lanciato bombe Molotov contro la polizia, si era iscritto al Pci proprio l'anno della Primavera di Praga, era stato coinvolto in «Affittopoli» e si era salvato da una condanna per finanziamento illecito del partito solo grazie alla prescrizione. A questo punto i figuri mi hanno afferrato per le braccia, urlando che, nella tradizione leninista, una nuova legge obbligava tutti a festeggiare il presidente quando girava per il Paese, e di colpo mi sono svegliato.
Sogni a parte, è proprio la prospettiva che un uomo che metà dell'Italia considera da sempre un avversario politico (se non proprio una minaccia per la propria libertà), arrivi a rappresentare la nazione a costituire la principale controindicazione alla sua candidatura. È vero che abbiamo già avuto un Pertini che ci faceva infuriare con le sue bizzarre trovate, Cossiga che ci sconcertava con le picconate e soprattutto Scalfaro che, dietro la sua aria melliflua, era ferocemente di parte. Ma durante il settennato di Ciampi ci siamo abituati ad apprezzare la figura del presidente-unificatore, del presidente avulso dalle passioni dei politici di parte, del presidente che scriveva ancora Patria con la P maiuscola. Ci siamo, cioè, resi conto degli enormi vantaggi di un capo dello Stato libero da condizionamenti di partito che agiva sempre, o almeno dava sempre l'impressione di agire, nel migliore interesse di tutti i cittadini, anche di fronte a un Paese già allora diviso a metà.
Un altro Ciampi sulla scena non c'è, ma trovare una figura analoga, che anche noi del centrodestra possiamo riconoscere come «nostro» non è impossibile. D'Alema, invece, con tutta l'intelligenza, la preparazione e le altre doti che anche gli avversari gli riconoscono, è l'esatto contrario: è un uomo che da quasi quarant'anni si batte, e spesso in maniera spregiudicata e «antipatica», per obbiettivi che per venti e forse più milioni di italiani sono anatema. Qui non si tratta di essere faziosi, come qualcuno ci accuserà senz'altro di essere, ma solo di volere evitare che il Quirinale torni ad essere al centro di continue controversie e di discutibili giochi politici (come quello che spinge D'Alema verso il Quirinale al duplice scopo di soddisfare la fame di poltrone dei Ds e di neutralizzare una potenziale mina vagante per Romano Prodi).
Per fortuna, ho l'impressione che non siamo soli a pensarla così, e che in maniera forse meno sanguigna siano pronti ad aderire al CADA anche autorevoli personaggi «terzisti» e della sponda opposta: alcuni sono già venuti allo scoperto, altri si sono finora astenuti per le solite ragioni di prudenza, vista la fama di uomo vendicativo che D'Alema si è conquistato per le sue faide con la stampa. Possiamo cioè condurre una battaglia trasversale, e, visto che mancano ancora almeno tre giorni all'ora X della quarta votazione, in cui il presidente dei Ds potrebbe essere eletto, con i voti del solo centrosinistra, presidente di tutti gli italiani, si tratta di una battaglia che possiamo anche vincere.