L’Ici, il lusso e lo Stato predatore

Dalla riduzione dell'Ici prevista dalla nuova Finanziaria sarebbero dunque esclusi - secondo un emendamento del relatore di maggioranza e salvo incidenti di percorso - gli immobili «di lusso» (questo il «messaggio» passato sulla stampa), identificati tout court in quelli delle categorie catastali A/1, A/8 e A/9.
Una domanda, però, viene subito spontanea. Di questi tempi, infatti, esponenti del governo non fanno altro che predicare una cosa: che il Catasto è inadeguato, è anzi iniquo, va rifatto (e su base patrimoniale, tanto per stare al sicuro ed essere cioè certi di incassare di più, perfino il triplo). Ma se è iniquo, e non aggiornato, perché rifarsi al Catasto? La ragione c'è, eccome.
Se si fosse voluta fare, per identificare le case «di lusso», una scelta oggettiva, lo strumento ci sarebbe infatti stato. È il D.M. 2.8.1969 n. 1072, che stabilisce - papale papale - le «caratteristiche delle abitazioni di lusso». Le stabilisce in modo oggettivo, tanto per i contribuenti che per il Fisco. La tabella allegata al provvedimento è inequivoca, e valida in ogni tempo: fa riferimento alla superficie delle unità immobiliari, ai materiali usati, alle previsioni degli strumenti urbanistici e così via.
Il Catasto, invece, non ha un'impostazione di questo tipo, uguale per tutta Italia. Anzi, è esattamente il contrario. Il Catasto ha un carattere «comparativo», si basa sul confronto con «unità tipo» diverse da zona a zona (e le zone censuarie sono centinaia e centinaia). I «quadri di classificazione» (che servono per attribuire - con l'operazione di classamento - la categoria e classe ad ogni unità immobiliare) si riferiscono dal canto loro alla qualità media degli immobili delle varie zone. Una casa che può essere classificata in un modo in una zona, può essere classificata diversamente in un'altra. Secondo il Comune di Roma - tanto per fare un esempio - sono da considerarsi in A/1, ai fini Ici, perfino «miniappartamenti ricavati dal frazionamento di ville, qualora si trovino in posizioni di particolare pregio o prestigio» (una realtà all'evidenza presente - fatto salvo il giudizio sulla categoria ritenuta nella fattispecie equa - solo nella capitale). Davanti a parametri fissi come quelli della normativa citata ed a criteri estremamente vari come quelli del Catasto, perché - allora - prendere a base quest'ultimo strumento? La verità è che, sotto l' «immobile di lusso», c'è il gambero.
Allargare il campo degli immobili di lusso modificando una normativa che dà buona prova di sé da decenni (tant'è che non si è mai sentito il bisogno di modificarla: ha criteri che si aggiornano da soli), sarebbe stato troppo scoperto. Meglio, allora, riferirsi al Catasto. E ritenere «di lusso», per cominciare, gli immobili di categoria A/1 (che, peraltro, non sono definiti - a Catasto - «di lusso», sibbene «signorili»); «di lusso» pure quelli di categoria A/8 (le «ville», sempre per il Catasto: e ciascuno di noi sa bene quante ve ne siano non proprio «di lusso») e - per finire - gli immobili di categoria A/9 (che - anche qua - non sono i soli «castelli», come impropriamente dice la relazione che accompagna l'emendamento di maggioranza sulla loro esclusione dai nuovi benefici Ici, ma i «castelli» ed anche i «palazzi di eminenti pregi artistici e storici»: tutti, finora, fiscalmente tutelati, per i costi di manutenzione che comportano ed a mero ristoro dei vincoli statali di destinazione ed uso che su di loro gravano, e ora - al contrario - penalizzati).
Ma non è tutto. Il ricorso al Catasto è ingegnoso anche per altri motivi: ai Comuni sono stati di recente attribuiti poteri in materia di classamento (l'operazione di cui s'è già detto) degli immobili ed anche (con un provvedimento all'esame della giustizia amministrativa, su ricorso della Confedilizia) in materia di attribuzione dell'estimo ai singoli immobili, senza che debbano neppure interpellare l'Agenzia del territorio: ci penseranno loro, dunque, a «mettere le cose a posto». C'è da scommettere che cominceranno una grande campagna per azzerare la (fittizia) riduzione promessa portando una caterva di immobili in A/1 soprattutto, ma anche nelle altre due categorie escluse dalla stessa (fittizia) riduzione.
Se poi si aggiunge che il Governo si è opposto (e si oppone) all'introduzione nel nostro ordinamento di un rimedio di merito a proposito degli estimi, cioè a proposito della base imponibile delle varie imposte immobiliari (il rimedio che c'è ora è solo di legittimità; e di questi tempi interessa invece proprio quello di merito, sulla congruità delle tariffe...), si vede subito in che Stato viviamo, e vogliono farci vivere. Altro che Stato di diritto. Viviamo in uno Stato predatore, e basta.
*Presidente
di Confedilizia