L’icona della democrazia in Birmania

«Walk on, leave it behind», vai avanti lasciatela dietro. Cantano così gli U2 e lei in quei concerti è un volto nelle mani di centomila, un’immagine di carta tra sciabolate di luci e cori del pubblico. Oggi la canzone diventa realtà. Oggi, dicono le voci di Rangoon, i generali firmeranno il fine pena, accetteranno la liberazione di Aung San Suu Kyi. E allora l’eroina invisibile, la prigioniera di un sogno chiamato libertà tornerà a camminare, varcherà l’uscio della casa prigione, abbandonerà il cottage fatiscente diventato la gabbia di una donna cancellata dal mondo per quindici degli ultimi vent’anni. Ma in Birmania e nel mondo il ritorno di Aung San Suu Kyi non sarà soltanto un evento politico, non sarà la conclusione di un castigo ingiusto, non sarà soltanto concessione di una cricca di tiranni condannati a mostrare un volto più umano. Quel ritorno sarà una festa globale, sarà la ricomparsa di un sorriso sognato da tre generazioni del pianeta. Un sorriso evocato cantando «Walk on», guardando i monaci inginocchiati davanti alla sua porta, ascoltando la leggenda di un cuore di donna fragile, ma pronto a tutto pur di non venire patti con il potere. Nel cuore inasprito di San Suu Kyi, nel suo volto emaciato pulsa il sangue dell’eroina. Da vent’ anni il generale Than Shwe e i suoi sodali cercano di prosciugarlo.
Inizia tutto nel 1988 quando Aung San Suu Kyi torna a Rangoon per assistere Khin Kyi, la madre morente. Non è una madre qualsiasi. È stata la moglie di Aung San, il padre della indipendenza birmana, il papà portato via da una pallottola misteriosa prima che la piccola Suu Kyi ne sapesse riconoscere il volto. Con la madre ambasciatrice, la piccola Suu ha girato il mondo, studiato in India e a Oxford. Con la vita di mamma Khin si consumano la ventennale dittatura del generale Ne Win e una flebile illusione di libertà.
L’ 8 agosto Rangoon scende in piazza. Poche ore dopo le strade sono piene di cadaveri. Quel massacro ruba anche la vita di Aung San Suu Kyi. Il 26 agosto parla a mezzo milione di persone davanti alla pagoda Shwedagon e un anno dopo conquista il 60 per cento dei voti alla testa della Lega Nazionale per la Democrazia. Ai generali va soltanto un misero due per cento, ma quella vittoria è l’inizio di una giostra infernale. Invece di consegnarle il potere i generali la rinchiudono nella casa di University Road, le propongono l’esilio, le impongono di lasciare il Paese.
Lei non molla mai. Neppure quando nel 1998 rifiutano il visto a Michael Aris, il marito inglese consumato dal tumore che spera di salutarla per l’ ultima volta. Le offrono di incontrarlo a Londra, ma Suu Kyi rifiuta. Sa che non la farebbero rientrare e così accetta di attendere la notizia della sua morte a Rangoon. Assieme al marito muore anche la speranza di rivedere Alexander e Kim, i due figli banditi per sempre dal Paese. Ma per i tiranni non è ancora abbastanza. Arresti e rilasci si susseguono fino al 2003 quando una folla di zeloti di regime assalta la sua macchina, massacra i militanti che tentano di proteggerla. Poche ore dopo è di nuovo prigioniera del cottage fatiscente di University Road.
L’ultima sua apparizione sulla soglia dell’ingresso è nel settembre 2007, durante le giornate gloriose e disperate della rivolta dei monaci. Quel giorno si inginocchia con loro nel patio di University Road, prega con loro per la libertà del Paese.
Oggi forse potrà tornare a farlo. Oggi forse davanti a quel patio risuoneranno la preghiera e il saluto di un mondo intero. E il suo sorriso disegnerà la perduta solitudine dei suoi aguzzini.