L’identità dei veri conservatori

Paolo Armaroli

Ma guardate un po’ che bel caso. Gianfranco Fini prospetta una nuova meta al suo partito. E cioè l’ingresso nel Partito popolare europeo. Qui sui due piedi e con il caldo che fa, non sapremmo onestamente dire se questa meta sia davvero luminosa. È tuttavia probabile che la via per arrivarci sarà tutta a zig-zag. E non solo per ragioni, per così dire, di politica politicante. Ma anche perché dovrà essere superata la prova di fare la frittata, sia detto senza ironia, senza rompere le uova. Ossia senza smarrire la propria identità. Ammesso e non concesso che la Destra ne abbia una dai contorni ben netti. Difatti chi conosce questo mondo sa perfettamente che esistono tante Destre quanti sono gli uomini di destra. O giù di lì. Legge e ordine, secondo uno scipito stereotipo? Anche. Ma anche sprazzi di anarchica follia e di individualismo esasperato.
In tanto bailamme, più strutturale che congiunturale a dire il vero, capita a fagiolo la raccolta di una cinquantina di saggi sui più autorevoli esponenti del conservatorismo curata da Gennaro Malgieri (Conservatori. Da Edmund Burke a Russel Kirk, Il Minotauro, pp.390, 23 euro). Già, Malgieri. E chi altro se non chi, sulla scia di Norberto Bobbio, ha sempre cercato di coniugare al meglio politica e cultura, che ha sempre rifuggito come la peste le logiche correntizie, che ha sempre concepito il potere non come un fine ma come un mezzo per realizzare le proprie idee? Dopo essere stato deputato di An per più legislature, direttore del Secolo d’Italia e poi dell’Indipendente, nonché della rivista Percorsi, oltre che autore di raffinati saggi sulla Destra e dintorni, Malgieri è attualmente consigliere di amministrazione della Rai. Pur assorbito dai suoi nuovi impegni, si conferma uomo di cultura e organizzatore di cultura.
Nella bella introduzione Malgieri mette bene i puntini sulle i. Avverte che, prima che una dottrina politica, il conservatorismo è un sentimento spirituale e una vocazione culturale. Ma, come la Destra, anche il conservatorismo ha diverse anime non sempre riconducibili a unità. Malgieri riconosce che in Italia il conservatorismo non ha avuto fortuna poiché è mancata un’adeguata riflessione su questa «formula» considerata esclusivamente politica. Eppure ha avuto innumerevoli padri nobili un po’ dappertutto: in Francia, in Germania, in Inghilterra, negli Stati Uniti. Per non parlare dell’Italia, si capisce. E tante le scuole di pensiero fiorite anche in America a partire dalla fine della seconda guerra mondiale: «la libertaria-liberale che ha quasi santificato il mercato contro le tendenze stataliste; la tradizionalista con spiccate venature religiose; l’anticomunista che associava il sistema sovietico all'impero del male».
Merita poi una particolare menzione la rivoluzione conservatrice, così definita nella Germania sconfitta nella Grande Guerra e che presto supererà i suoi confini per espandersi in svariati Paesi. Concepita come terza via tra il capitalismo e il marxismo, osserva Malgieri, «non si appaga del crollo di tutti i valori, ma cerca faticosamente di inventarne di nuovi promuovendo la rigenerazione spirituale dell’uomo». Parte da lontano Malgieri, ma poi colpisce il bersaglio grosso nelle sue considerazioni finali. A riprova, come ammoniva Indro Montanelli, che perfino un articolo si giustifica per la battuta che lo conclude. Ma ecco le sue parole: «non si può fare a meno di ricordare come anche in Italia si sia sviluppato - nell’indifferenza dei più e malauguratamente senza quelle ricadute politiche che, qualora si fossero manifestate, avrebbero certamente modificato il panorama politico stesso nazionale - un pensiero conservatore ampiamente documentato in queste pagine». Basterà ricordare i nomi di Rensi, Prezzolini, Maranini, Gentile, Perticone.
Sosteneva Prezzolini, italiano dalla schiena diritta, che «Il vero Conservatore si guarderà bene dal confondersi con i reazionari, i retrogradi, perché intende “continuare mantenendo” e non tornare indietro e rifare esperienze fallite». Ben detto. E allora, per tornare all’inizio del discorso, ben vengano le mete luminose. Ma nella consapevolezza che la Storia e perfino la cronaca camminano sulle gambe degli uomini. E se le gambe non sono all'altezza...
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