L’identità forte del nuovo centro spiazza Casini

La mossa è geniale e spiazza Casini prima ancora che Fini e fa uscire dall’angolo in cui si era cacciata Forza Italia. L’annuncio di Silvio Berlusconi in piazza San Babila a Milano del nuovo «partito di popolo» in cui Forza Italia si scioglierebbe ha tre risultati politici immediati. Toglie spazio a chi come Pierferdinando Casini ipotizzava un non meglio precisato partito dei moderati senza alcuna cultura di riferimento e forte solo della sua personalità il cui valore elettorale è tra il 4 e il 5 per cento. Berlusconi, al contrario, nella costruzione di questa cosa nuova fa riferimento al Partito popolare europeo. Insomma pur nella genericità dell’ancoraggio al Ppe nel quale coesistono democristiani, conservatori inglesi e i gollisti dell’Ump, Berlusconi con questa iniziativa spazza via tutto ciò che sta al centro e che non abbia un profilo politico e culturale certo e definito. E Casini ha fatto di tutto in questi anni perché sbiadisse la cultura democristiana dell’Udc.
Il secondo risultato è che mette in fibrillazione Alleanza nazionale che si vede volteggiare sul suo capo l’ombra dell’emarginazione tanto che alcuni suoi dirigenti ripetono in una litania ossessiva e per molti aspetti commovente che loro sono per il bipolarismo che significa solo «non emarginateci».
Il terzo risultato immediato è che finalmente si parla di un sistema elettorale, quello proporzionale, compatibile con un Paese che ha almeno cinque-sei opzioni politiche vere che non possono essere costrette in quella camicia di forza del sistema maggioritario che mette insieme chi insieme non può stare ed allontana chi insieme potrebbe governare. Detto questo, però, la strada per rimettere in sesto lo sgangherato sistema politico italiano è ancora tutta in salita.
Pena la sua credibilità, Berlusconi questa volta non deve più cambiare idea e deve tenere ferma la barra al centro e sul sistema proporzionale perché questo significherebbe rimettere nelle mani del Parlamento la definizione delle alleanze come avviene in tutte le democrazie parlamentari del mondo. Se si dovesse, invece, ancora trastullare con l’indicazione preventiva del premier saremmo punto lettera grande e a capo.
L’altro rischio dal quale il Cavaliere si deve guardare è di immaginare che si possa governare una grande democrazia con la piazza e contro il palazzo. Una cosa è costruire dal basso un nuovo partito aprendo la porta a tutti e offrendo a tutti una tela da tessere con regole democratiche, altra cosa è insistere per un partito il cui asse portante è solo il rapporto tra «il capo e la gente» trasformando così in cortigiani i propri gruppi dirigenti. Chi teme la democrazia nel proprio partito la teme anche nel Paese come sta dimostrando sull’altro versante Walter Veltroni che ha già perso pezzi importanti e continuerà a perderne. Per quella strada, infatti, non si va da nessuna parte.
Il tempo, dunque, stringe e parallelamente alla costruzione di un nuovo, ancora tutto da definire, bisogna subito aprire il tavolo del confronto sulla riforma elettorale e sui necessari aggiustamenti costituzionali. Diversamente saremmo davvero nel peggiore teatrino della politica.