L’IDENTITÀ PERDUTA

Erika Falone

Genova, 1746. Dicembre. Genova è invasa dalle truppe tedesche. Soldati tedeschi (o forse italiani mercenari al servizio dell'esercito imperiale) stano trasportando un mortaio nella zona di Portoria. Stanchi, si fermano per chiedere aiuto ad alcuni popolani presenti. E qui, leggenda vuole che un piccolo bambino, il Balilla, al grido di «che l'inse», (chi inizia?) avrebbe gettato la prima di molte pietre che si sarebbero rovesciate sulla testa dei malcapitati soldati.
Sulla sassaiola gli storici sono tutti d'accordo. In una situazione di tensione, nella quale il popolo e la plebe mal sopportavano la presenza degli austriaci, l'episodio fu solo la goccia che fece traboccare il vaso, dando origine a diversi disordini che si protrassero per almeno cinque giorni dentro le mura della città, dopo i quali gli invasori furono costretti a ritirarsi attraverso la Val Polcevera.
Nessuno per molto tempo si preoccupa di dare un nome e un volto al Balilla. Viene «rispolverato», il Balilla, un centinaio di anni dopo la liberazione degli austriaci.
Siamo in pieno Risorgimento. Diffusa è la ricerca di «itale glorie», per formare un pantheon di eroi, chiaramente quelli mossi da un istinto patriottico, che possano rappresentare le virtù di tutti gli italiani, ma che possano anche accontentare le piccole vanità regionali. Ed è in questo momento che si inizia a pensare di risalire al nome e al cognome del Balilla. È pur sempre un eroe. Passato troppo tempo per recuperare una tradizione orale legata al personaggio, le ricerche si basano tutte su documenti scritti.
Per storici e ricercatori la ricerca del Balilla diventa una vera e propria ossessione. Le analisi dei documenti portano a due nomi: un tal Giovan Battista Perasso di Portoria e un tal'altro Giovan Battista Perasso di Montoggio.
Moltissime le incertezze, ma scoppiata la mania, non manca chi tenta di «giocare» le carte in proprio favore. Una domestica arriverà a dichiarare di essere la pro nipote del «sassaro» e a rendere pubblico un documento in cui il Perasso stesso dichiarava di essere il Balilla e colui che aveva lanciato la prima pietra. L'autocertificazione (per dirla con parole di oggi) del Perasso si rivelò poi un falso. Ma valse alla furba signora una piccola pensione di indennità da parte del Comune di Genova.
Perasso o non Perasso, di Portoria o di Montoggio, il soprannome sarà assunto dal fascismo - nell' Opera nazionale balilla - a simbolo di patriottismo e ardimento giovanile. Mussolini, scelto il nome, aveva chiesto alla Società di Storia Patria di Genova di fargli pervenire un dossier sull' eroico personaggio. Con non poco coraggio, uno degli studiosi della Società, nella missiva al Duce ammise che in realtà del Balilla le notizie erano ben poche. L'unica fonte ufficiale - un poema maccheronico in versi - riportava, accanto al nome del ragazzo, un soprannome decisamente poco glorioso: «mangiamerda».
A quel punto, Mussolini opta per una rapida interruzione della ricerca. Meglio i toni romantici della leggenda.
Franco Venturi, storico del Settecento italiano, ha individuato il Balilla in Andrea Podestà, che figura tra le fila delle milizie cittadine, quindi un adulto nel 1746 e un esponente del lavoro artigiano. Molto lontano quindi dalla tradizione. Scavando fra i documenti anche la posizione del Perasso di Portoria si complica. È un tintore, il padre è un console (e questo stride con la tradizionale immagine del ragazzino del popolo), ed è proprio in sua difesa che il giovane Perasso viene coinvolto in una lite e citato in un processo.
Qui la ricerca si chiude.
«Quello che emerge oggi - spiega il professor Carlo Bitossi, ordinario di Storia Moderna all'Università di Ferrara, intervenuto a una conferenza presso la biblioteca Cervetto di Rivarolo,- non essendoci documenti certi, è che in realtà Balilla non sia altro che una leggenda». Poteva essere un bambino ad aver dato inizio alla sassaiola sui tedeschi, un «gobbetto», com'è citato in alcune carte, un adulto non tanto alto.
«Certo qualcuno ha tirato una prima pietra - continua il professor Bitossi. Poco importa sapere chi sia, più importante è il risultato del gesto: la cacciata dell'invasore. L'unico eroe esistito è quello corale, un intero popolo in rivolta contro l'invasore che quasi si è immiserito nel gesto di una sola persona».
In Balilla realtà e mito si fondono. C'è una persona che diviene, nell'immaginario collettivo, personaggio senza nome, senza volto. Ma c'è anche e soprattutto un popolo, quello genovese, che rivendicando la libertà, si riconosce in un'unica piccola figura. Così piccola e così capace di essere più grande di tutti gli altri.