«L’ideologia è morta Ma questa sinistra non parla agli operai»

Intervista al ministro che adesso dà lezioni al Pd sulla prima pagina dell’«Unità»: «Non riescono a cambiare e diventare sinceri riformisti»

da Roma

Nel giorno in cui lui scrive all’Unità una sorprendente lettera aperta per spiegare alla sinistra come mai perde, Francesco De Gregori rilascia un’intervista a Vanity fair in cui si augura che «Berlusconi usi la sua maggioranza per modernizzare il paese». Così Sandro Bondi, ministro dei Beni culturali, quasi esulta scorrendo le agenzie che riferiscono il pensiero del cantautore di sinistra: «Siamo davvero entrati un una fase nuova della politica italiana! Adesso, dopo la caduta dei filtri ideologici, possiamo davvero guardarci l’un l’altro con occhi diversi».
Ministro Bondi, la stupisce De Gregori?
«No, perché lo considero familiare. Con Vecchioni è uno dei due pilastri della mia formazione adolescenziale».
Non resisto a chiederle la sua canzone preferita.
«Mi faccia pensare... ».
Preferisce i toni elegiaci di Buonanotte fiorellino?
«Se ne devo citare una che mi commuove, le dico la Donna cannone. Ma anche Vecchioni».
Cosa consiglia?
«Il suo ultimo disco, che ho comprato da poco. Lo amavo e lo amo anche adesso».
Torniamo alla sua lettera all’Unità.
«Che cosa la stupisce?».
Era intitolata «Cara Sinistra, ecco perché perdi» è stato un gesto di grande affetto, o di sottile perfidia?
«No, ho voluto soltanto dimostrare che il confronto non deve essere soltanto declamato, ma deve diventare un modo normale di relazione fra le forze politiche e fra maggioranza e opposizione».
C’era qualcosa di più, direi.
«Come ministro della Cultura credo di dover offrire l’esempio di un confronto serio, che parta dal piano culturale prima ancora che politico».
Lei ha individuato una sponda in un dirigente storico della sinistra italiana.
«È vero. Alfredo Reichlin, che citavo nel mio intervento, è un interlocutore privilegiato: è un uomo che concepisce la politica nel suo senso più alto e nobile, cioè fondata su un rapporto indissolubile fra valori e programmi, principi ideali e azione politica».
Quanto la diverte giocare «fuori casa», sulle pagine di un giornale del Pd?
«Non è un divertimento. È una convinzione forte quella che mi porta a dialogare con un quotidiano che rappresenta posizioni politiche e culturali spesso diametralmente opposte alle mie, ma che rispetto e con le quali ritengo necessario confrontarmi. Il dialogo presuppone rispetto degli interlocutori, delle loro idee e delle persone che rappresentano».
La sua è una provocazione, o il primo atto di una offensiva culturale?
«Non è né una provocazione né un’offensiva culturale. È l’inizio di un confronto vero, che rivendica naturalmente la forza delle idee in cui mi riconosco, anche se messe alla prova dal confronto».
Lei ha scritto che «la sinistra si è trastullata in improbabili annessioni di modelli liberistici» con un «errore culturale e strategico». Critica «la sinistra», «da sinistra»?
«È una critica alla sinistra da parte di una persona che come me ha militato nella sinistra cattolica e che fatica a comprendere una certa evoluzione della sinistra italiana».
Lei rimprovera al Pd tre errori capitali: moralismo polemico, liberismo economico, laicismo culturale. Cosa produce questa tripla schizofrenia, secondo lei?
«Secondo la mia opinione, dalla difficoltà della sinistra italiana di operare una trasformazione dalla sua tradizione comunista a un’identità pienamente riformista e socialista, sul modello delle socialdemocrazie europee».
Adesso è su posizioni berlusconiane classiche...
«Sono, in fondo, le stesse critiche che avanza da tempo un uomo intelligente come Emanuele Macaluso!».
Macaluso preferiva il Pci al Pd...
«Anche io non riesco a comprendere il laicismo a cui è approdata la sinistra in Italia, che ripudia in fondo tutta la tradizione comunista italiana e al tempo stesso contraddice tutta la storia del cattolicesimo democratico».
Mi faccia un esempio.
«Le ultime posizioni di Massimo D’Alema nei confronti del mondo cattolico sono davvero incomprensibili per me che ho vissuto intensamente l’esperienza del compromesso storico e del dialogo con il mondo cattolico».
Ma lei si sente più vicino alla classe operaia di Veltroni e di Colaninno?
(Sorride) «Io so cos’è la classe operaia. Sono figlio di operai e di emigranti. Non ne ho un’immagine idealizzata, ma reale».
Nel senso che il Pd secondo lei non ha un’immagine reale degli operai?
«Io credo che non li frequentino più, che non sappiano minimamente cosa pensino, ad esempio sui temi della sicurezza, come dimostra il voto dei quartieri più popolari nelle grandi città».
Il Popolo della libertà, a suo parere, è fuori dai confini storici del centrodestra?
«Il Popolo della libertà è un popolo fuori dalle ideologie».
Perché?
«Perché il presidente Silvio Berlusconi ha saputo interpretare le speranze e le attese di questo popolo perché è anch’esso libero dalle ideologie che impediscono di capire e di guardare alla realtà».
Gli altri sono ideologici?
«La prima necessità per la politica oggi è di saper guardare alla realtà senza le lenti distorcenti delle ideologie. La politica, e poi il governo, sono solo la capacità di coniugare sul piano dei contenuti gli ideali della libertà con quelli della giustizia».
Colpisce che un ministro di centrodestra rimproveri al Pd troppa subalternità alle oligarchie finanziarie internazionali. Teme l'accusa di peronismo populista?
«No, non ho criticato la sinistra per questo. Ho solo voluto ricordare che oggi esiste una grande questione che riguarda lo sviluppo del mondo».
Ma è un cavallo di battaglia storico della sinistra.
«È un tema che Berlusconi aveva affrontato nel suo discorso al congresso americano. È dovere delle democrazie affrontare il problema dello squilibrio economico fra i Paesi ricchi e quelli poveri, anche alla luce della nuova crisi che rischia di gettare nella povertà e nella miseria interi continenti».
La politica parla pochissimo di questi temi, oggi.
«Se questi problemi non vengono affrontati dalla politica, allora sì che rischiano di prevalere pulsioni populiste o antidemocratiche. E questo è un monito per tutti, anche per la sinistra specialmente quando affronta il tema dell’immigrazione».
In che senso?
«Solo se incontrollata l’immigrazione può contribuire ad aumentare le risposte irrazionali dei cittadini».
Torniamo agli intellettuali progressisti. Lei ha elogiato Jovanotti...
«Ho detto una cosa che dovrebbe essere banale. Il testo di A te, una delle sue ultime canzoni è bellissimo. I nostri cantautori, in realtà, sono dei poeti popolari».
... e Jovanotti si è rallegrato di questo suo giudizio.
«La verità è che adesso finalmente torniamo a riscoprirci come delle persone. Torniamo ad apprezzare la ricchezza umana, la sensibilità, l’indole di ognuno al di là delle ideologie. È la cosa più bella che sia accaduta dopo queste elezioni, dopo anni di odio cieco».
Si ricorderà di questo anche quando dovrà fare dieci nomine?
«Guardi, voglio essere molto chiaro».
Prego.
«Voglio dare l’esempio. Nominare delle persone competenti sui problemi, per bene. Farò le prossime nomine con scrupolo, serietà, rigore».
Senza guardare alle etichette di partito?
«Guarderò in primo luogo il valore e la professionalità. Mi piacerebbe che nessuno si stupisse se confermerò delle persone di sinistra che hanno lavorato bene. E che non ci fosse nessuna polemica se troverò delle persone competenti che sono vicine alle nostre posizioni».
Pare un sogno.
«E invece è proprio quello che farò».