L’idrogeno può servire, ma non basta

Ringrazio Vittorio Mathieu per informare - cosa che ignoravo - che d’idrogeno in Italia si parlò, per la prima volta, nel 1936. Tanto vale ricordare che il principio delle celle a combustibile è noto, addirittura, da oltre 160 anni. Rifkin, però, fu quello che lo propose (e continua a proporlo) come scelta strategica alternativa alla benzina, cioè al petrolio; e in Italia abbiamo un Pecoraro Scanio e un Romano Prodi che hanno scelto di ascoltarlo, una scelta motivata dal fatto che solo perseguendo l’impossibile un problema rimane insoluto, il che dà a costoro la ragione della propria esistenza.
Siccome, però, Mathieu ritiene che «grazie al nucleare l’idrogeno potrebbe diventare utile», per il beneficio del lettore, un chiarimento mi sembra doveroso. Per produrre idrogeno è necessaria elettricità. Tanta: per produrre l’idrogeno che servirebbe per alimentare il parco automobilistico italiano ci vorrebbero, a occhio e croce, 50 GW elettrici, cioè 50 tipici reattori nucleari. Senonché, con così tanta energia elettrica a disposizione, saremmo proprio degli eccentrici se ce ne servissimo per produrre idrogeno da mettere in (peraltro ancora inesistenti) serbatoi d’automobili anziché alimentare, direttamente con quella corrente elettrica, le batterie di (esistenti) auto elettriche. Detto più esplicitamente: avere sotto il sedere batterie, ancorché pesanti e ingombranti, non causa lo stesso sconforto che si proverebbe dallo star seduti su un serbatoio di idrogeno ad alta pressione (o, peggio, a bassa temperatura) o dal passeggiare per una città su marciapiedi ai cui bordi stanno parcheggiate vetture che, oggi, sarebbero classificate come «veicoli per il trasporto di materiale pericoloso». Allora, uno sviluppo spinto del nucleare è, sì, condizione certamente necessaria per lo sviluppo di una ipotetica economia a idrogeno, ma è lontano dall’essere anche una condizione sufficiente.
Uno degli errori più comuni in cui si cade nei confronti della scienza e della tecnologia è ritenere che siccome sembra di vivere, oggi, ai limiti della fantascienza, allora grazie a esse tutto è possibile. La scienza, invece, è strana: a volte consente oggi cose che fino a ieri non erano neanche immaginabili, altre volte rende impossibili cose la cui realizzazione sembra proprio dietro l'angolo. Valutare le scelte da fare non è facile, questo lo capisco. Ma, tutto sommato, non è neanche tanto difficile: generalmente, basta esercitare un po’ d’aritmetica e, soprattutto, essere intellettualmente onesti. Tanto per intenderci: bisogna interrompere le ricerche sul confinamento dell’idrogeno? Certo che no, bisogna solo essere consapevoli che non può essere la prospettiva di un’economia a idrogeno la spinta strategica di queste ricerche: è estremamente improbabile che l’idrogeno alimenterà la flotta automobilistica mondiale. Bisogna interrompere le ricerche sul fotovoltaico? Certo che no, bisogna solo essere consapevoli che non può essere una scelta di politica energetica: è illusorio ritenere che produrremo una quota non insignificante dell’energia elettrica che ci serve servendoci dei pannelli fotovoltaici o, più in generale, dell’energia dal sole. Insomma, nessuno vuole gettare nel ridicolo nulla e nessuno: vogliamo solo far conoscere - dando le cifre giuste - quali sono le reali dimensioni di un problema che ogni governo che avrà i Verdi dentro lascerà, insoluto ed ingigantito, in eredità al Paese.