L’ignota concorrenza

Un sentimento di normalità: credo sia proprio questo lo stato d’animo che accomuna la maggior parte delle persone, sia pure diverse per il lavoro che svolgono e per le loro opinioni politiche. Normalità per continuare a tirare avanti nel proprio impiego, per far fronte agli impegni familiari, per progettare il futuro.
Sentimento di normalità significa vivere con un po’ di certezza la relazione di causa ed effetto: se metto per qualche istante la mano sul fuoco è normale che senta un doloroso bruciore; se do un pugno in un occhio a qualcuno è normale pensare che questi prima o poi reagisca. Insomma, il sentimento di normalità consente di vivere con una buona dose di serenità (non di felicità, che è tutt’altra cosa) ciò che accade, proprio perché sono prevedibili le conseguenze dell’accaduto.
Gli avvenimenti politici-economici che stanno infiammando il Paese, che riempiono di notizie i giornali e le televisioni rappresentano invece una vera e propria infrazione al sentimento di normalità. Si dirà: è inevitabile, sono i fatti a determinare la situazione. Ma c’è anche da osservare che questi fatti corrispondono più a interessi privati che a problemi che riguardano la gente.
Credo infatti che coloro che hanno davvero attenzione per i problemi delle persone debbano farsi interpreti della loro diffusa richiesta di normalità. Un’esigenza, comunque, che è davvero difficile da perseguire. Questa difficoltà ha invece un nome semplicissimo: concorrenza. Quella della concorrenza è una esperienza cui noi non siamo assolutamente abituati, è qualcosa che ci è estraneo costitutivamente. Lo constato nel mio mondo, quello accademico, in cui, appena si introducono per legge dei minimi principii di competitività scientifica, si scatena il finimondo.
Posso immaginare quello che succede nelle segrete stanze del mondo economico, finanziario, bancario italiano, in cui la concorrenza è ormai diventata un principio ineludibile, dettato dalla nuova realtà europea, dalla globalizzazione... La concorrenza, parola evocata da tutti, in realtà non ci lascia vivere pacificamente e serenamente nelle nostre nicchie a cui eravamo abituati: siano esse le università o le imprese economiche, le banche, gli stessi giornali.
Il nostro Paese era abituato diversamente, la sua normalità non era mai stata la concorrenza, non aveva vissuto la competizione. Prima il Risorgimento, poi il fascismo, poi la cosiddetta Prima Repubblica hanno governato l’Italia con un solo cuore che decideva tutto perché non c’era alternanza politica possibile, dunque non c’era concorrenza a nessun livello: scientifico, economico, finanziario.
Il mondo cambia, ma l’inserimento della concorrenza nel nostro dna è un’operazione che si mostra dolorosa oltre che di complessa realizzazione. E tuttavia non ci sono alternative. Questo significa che la concorrenza deve entrare nella nostra normalità, deve cioè diventare una normale realtà della nostra quotidianità. Se lo mettano in testa tutti: dai professori ai banchieri, ai politici, ai giornalisti, a quelli che sentendosi moralmente superiori provano disgusto a confrontarsi e competere con gli altri.