«L’Ikea? Il design diventa popolare»

Incontro a Stoccolma, dove è in corso la settimana del design, il corrispettivo scandinavo del Salone del Mobile meneghino, Giulio Cappellini, architetto, art director. È l’ospite d’onore dell’edizione 2008 dell’appuntamento svedese: presentato al pubblico come «una leggenda nel mondo del design», non c’è dubbio, è lui la vera star. Alla «Foresta Magica», un’installazione vagamente pop, molto colorata e lineare, creata da lui stesso nel grande atrio del salone e pensata come luogo di relax, si possono scambiare quattro chiacchiere in tranquillità, come amano fare qui in Svezia.
La differenza con il Salone del Mobile di Milano balza subito all’occhio «Vede? Qui non si affanna nessuno» sottolinea Cappellini, impeccabile signore dagli occhi azzurri.
Il design scandinavo in Italia sta diventando sempre più popolare, quasi un boom, secondo lei, perché?
«In Italia negli ultimi tempi c’è una grande attenzione al tipo di vita, alle atmosfere tranquille, rarefatte, accoglienti, tipiche di questi Paesi, forse proprio in contrapposizione al nostro stile, decisamente più frenetico e caotico. Per quanto riguarda strettamente il design, in realtà si tratta di una riscoperta, era già stato molto popolare nel nostro Paese negli anni Cinquanta-Sessanta con i grandi designer come Aalto, Jacobsen o Mathson, per citare alcuni nomi, ma era appannaggio di un pubblico d’élite, in una società in cui la casa veniva esibita più che vissuta: si comprava il «salotto buono», magari di design, e poi non lo si utilizzava, era in esposizione. Molto diversa era la situazione in Scandinavia, dove negli stessi anni un ragazzino svedese non avrebbe trovato strano sedersi su uno sgabello di Alvar Aalto. Oggi il pubblico italiano è molto cambiato, il design è sceso dal piedistallo: la casa non è più vista come luogo da esibire ma da “vivere”. E questo è merito soprattutto delle nuove generazioni. Ci si è avvicinati così anche da noi ad un tipo di design “democratico”, che è la matrice culturale alla base del design scandinavo».
Che cosa è esattamente il «design democratico»?
«Il design svedese tende, sin dalla sua nascita, ad avere anche uno scopo sociale: - Oggetti belli per la vita di ogni giorno - è lo slogan adottato dalla Società Svedese del design, la più antica associazione del settore al mondo, che ha tra i suoi scopi anche l’elevazione generale del gusto del pubblico. L’idea di fondo è che gli oggetti e gli arredi di buon design possano migliorare la qualità della vita grazie alla loro estetica funzionale. Così, già negli anni Venti e Trenta del secolo scorso si diffonde l’idea che anche le classi più povere debbano avere accesso a oggetti belli e confortevoli, ma economicamente alla portata di tutti. Questo fu possibile grazie all’unione tra produzione industriale su ampia scala, combinata con l’intervento degli architetti, che furono capaci di creare arredi funzionali ed economici, senza trascurare il lato estetico. Nascono prodotti industriali che comunque riescono a dare un’impressione artigianale, in cui rimangono evidenti la storia e la tradizione del Nord».
Possiamo datare l’inizio dell’interesse del pubblico italiano nei confronti del design scandinavo nella sua declinazione democratica e cercare di trovare le motivazioni sociologiche?
«Sicuramente l’apertura dei primi negozi Ikea, avvenuta alla fine degli anni Ottanta, ha avuto una grande importanza. Il fenomeno Ikea è servito nel nostro Paese ad avvicinare la gente al design contemporaneo: il suo aspetto friendly, i mobili lineari e pratici, l’attenzione ai prodotti naturali, hanno abituato il gusto degli italiani al prodotto moderno. Oggi il nostro pubblico ha un atteggiamento più disinibito nei confronti della casa, si è abbandonato il vecchio concetto della “casa per la vita” a favore di un modello più libero. L’italiano non è più tradizionalista, viaggia, ama essere contaminato da culture differenti, quindi anche nell’arredamento di casa “mixa” arredi di design con mobili acquistati ai grandi magazzini o in un suk. Al contempo il design è diventato un fenomeno sociale, basta vedere il pubblico che affolla il Salone del mobile a Milano, frequentato anche dalle famiglie, cosa che sarebbe stata impensabile fino a non molti anni fa».
È di moda quindi un tipo di design che potremmo definire prêt à porter. Ma ci sono anche motivazioni derivate da trend estetici?
«Certamente. Da uno stile minimalista, che ha caratterizzato il gusto degli italiani negli anni dal 1990-2000, in cui gli ambienti avevano pochissimi elementi di arredo, con una predominanza dei colori bianco e nero, si è passati, dal 2000 al 2006, ad un gusto neobarocco: grande attenzione alle forme, ricche ed opulente e ai colori, spesso vivaci. Di questo gusto oggi rimane la preferenza per gli ambienti caldi ma senza opulenza e in favore di una maggiore linearità ed essenzialità. Si privilegia l’uso dei materiali naturali, come il legno, ravvivati con spot di colori come i gialli, gli arancio, i rossi, l’azzurro e i verdi. Il design scandinavo sposa appieno questa tendenza: gli oggetti sono portati all’essenza, le linee sono molto semplici ma mai banali, i colori utilizzati solari. Il risultato è un ambiente sofisticato e con una forte personalità».