L’illusione di Berlino

Angela Merkel ce l’ha fatta ed è già il cancelliere dei primati: prima donna alla guida del governo tedesco, primo cancelliere proveniente dall’ex Ddr e il più giovane del dopoguerra, grazie ai suoi 51 anni. Il 18 settembre «Angie» ha vinto le elezioni, seppur per un soffio, e l’incarico le spettava di diritto: la sua nomina è una buona notizia. Gerhard Schröder non ce l’ha fatta e anche questa è una buona notizia: i suoi sette anni verranno ricordati come i peggiori del dopoguerra per la Germania e il cambio della guardia era quanto mai opportuno.
Il Paese ieri ha messo fine all’incertezza politica che durava da tre settimane e ha finalmente un governo: è la «Grosse Koalition», tra i due principali partiti, la Cdu-Csu e la Spd. Ma questa non è una buona notizia. È come se, da noi, Forza Italia e il Partito democratico della sinistra fossero costretti a governare insieme. Uno scenario che solo al pensiero...
Eppure in Germania non avevano alternative. Dopo le elezioni del 18 settembre, né la coalizione di centrodestra né quella di centrosinistra hanno ottenuto la maggioranza assoluta dei seggi. «Colpa» del nuovo partito dell’estrema sinistra, fondato da Lafontaine, che, superando la barriera del 5%, ha rotto quei meccanismi elettorali che finora avevano sempre garantito l’alternanza e una chiara maggioranza a una delle due parti. E allora rimanevano due alternative: tornare a votare o tentare l’intesa tra i due principali partiti. La Germania è un Paese che da sempre si fonda sul consociativismo, dunque sulla cultura del compromesso. Stabilità, ad ogni costo. La prima opzione non piaceva a nessuno e comunque sarebbe stata praticabile solo dopo una lunga trafila procedurale, non prima di febbraio-marzo. Poteva la Germania restare senza governo per altri 5 o più mesi?
E allora non è rimasta che la seconda opzione, sulla carta perfettamente paritaria: la Cdu-Csu ottiene la guida del governo, sei ministeri più quello della Cancelleria. Alla Spd vanno otto dicasteri. In più ai cristianodemocratici la presidenza della camera bassa del Parlamento, il Bundestag. Si sacrificano tutti per amor di patria, in un contesto che, al di là delle intemperanze di Schröder, onora il senso di responsabilità della classe politica tedesca, inclusi i partiti più piccoli. Ieri sia i liberali (che hanno fatto campagna con la Cdu), sia i Verdi (ex alleati dell’Spd) hanno salutato l’accordo «per il bene della Germania», ma hanno confermato che rimarranno all’opposizione. Esemplari.
Eppure l’impressione è che, proprio perché obbligata, questa soluzione non rappresenti la soluzione migliore per la Germania e dunque nemmeno per l’Europa. Innanzitutto: c’è un solo precedente. Risale al 1966, ma, contrariamente ad oggi, fu varato a un anno dall’inizio della legislatura in seguito alle dimissioni dell’allora premier, il liberale Erhard. In secondo luogo, gli obiettivi economici, sociali e di politica estera erano condivisi sia dal cancelliere, il cristianodemocratico Kurt Kiesinger, sia dal suo vice, nonché ministro degli Esteri, il socialdemocratico Willy Brandt. Era un’alleanza naturale, quasi armoniosa, in un contesto storico particolare. Quel governo durò circa tre anni.
Oggi invece di armonioso non c’è proprio nulla. Le elezioni del 18 settembre erano state indette da Schröder proprio per permettere ai tedeschi di scegliere tra due linee di riforma molto diverse tra loro: una marcatamente liberale - a tratti liberista - promossa dal centrodestra; e una cautamente riformista - in sintonia con il capitalismo sociale - sostenuta dal centrosinistra. In politica estera i primi volevano un rafforzamento dell’intesa con gli Usa, nuove alleanze in Europa (più Blair, meno Chirac) e un freno alle trattative per l’adesione della Turchia alla Ue. I secondi un’Europa più autonoma da Washington, la conferma dell’asse con Parigi, un sì convinto alla Turchia.
Com’è possibile che vadano d’accordo ora? E infatti non andranno d’accordo. I politologi tedeschi sono quasi unanimi: il tasso di conflittualità tra i due partiti sarà alto e verosimilmente Angela Merkel passerà la maggior parte del proprio tempo a mediare, per scongiurare una crisi che sarà sempre incombente. Pochi credono che la «Grosse Koalition» possa durare fino al 2009 e molti già scommettono su elezioni anticipate entro due anni.
Di certo è improbabile che un esecutivo di compromesso affronti i grandi nodi strutturali che affliggono l’economia del Paese. Al più proseguirà sulla via di «Agenda 2010», il rinnovamento al trotto avviato dal governo rosso-verde. Può bastare? I tedeschi ne sembrano convinti: sono consapevoli di dover cambiare il proprio sistema economico, ma non sono ancora pronti ad affrontare «choc» in stile Thatcher; quei tedeschi che non sopportavano più la coalizione rosso-verde ma che volevano continuare a credere di poter evolvere in dolcezza, senza rivoluzionare lo Stato sociale. La sognavano la «Grosse Koalition» e ora ce l’hanno, con un nuovo cancelliere, Angela Merkel, che per durare sarà costretta ad adottare il programma di legislatura del suo rivale, Gerhard Schröder. Un paradosso o, meglio, l’illusione di un cambiamento.
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