L’ILLUSIONE DELL’EUROPA

Non possiamo fare a meno di domandarci quel che dovrebbero fare i nostri governi dopo la sventata catastrofe sull’Atlantico preparata da tempo dai terroristi islamici. Una risposta semplice ma pregnante l’ha data Bernard Lewis, tra le maggiori autorità dell’islamismo: «L’Occidente per fermare il pericolo islamista deve riconoscerlo per quello che realmente è, smettendo di bendarsi gli occhi, come fanno troppi». Che sono, a me pare, i pacifisti d’ogni colore, gli indifferenti che pensano ai fatti loro, le anime belle che parlano della povertà come causa del terrorismo, gli anti-americani e gli anti-israeliani che incolpano l’imperialismo e il capitalismo yankee e sionista. E, soprattutto, i governi europei che sottostimano la potenza del terrorismo e stanno a guardare.
I cinque anni trascorsi dall’11 settembre 2001 ad Heathrow non hanno colmato la differenza di atteggiamento verso il terrorismo tra America ed Europa. Il presidente Bush ha subito dichiarato guerra al terrorismo, ne ha fatto la priorità della politica estera, e ha mobilitato le straordinarie risorse americane, uomini, mezzi militari e intelligence, per individuare e colpire il nemico globale dei valori occidentali. Certo, le campagne di Afghanistan e d’Irak non sono state ugualmente fortunate, ma non si può negare che buona parte dei centri nevralgici di Bin Laden sono stati debellati. Come da tradizione, la politica estera americana è stata mossa da interessi e ideali, dalle priorità geostrategiche e dalla missione nazionale (l’esportazione della democrazia).
L’Europa, invece, è stata a guardare. Il Vecchio continente è stato percorso da nazionalismi velleitari come quello francese, da pulsioni neutralistiche come quelle tedesche, da ripiegamenti come quello zapaterista di fronte alla strage di Madrid, e da pruderie pseudo-legalistiche come quelle della magistratura e dei media italiani che hanno intralciato la sacrosanta attività di prevenzione e di collaborazione internazionale dell’intelligence. A questa brancaleonica disunità dell’Unione europea si aggiunga il rifiuto di gran parte dell’opinione pubblica continentale di riconoscere il terrorismo islamista come un fortissimo soggetto ideologico, totalitario e nichilista, che ha la stessa carica distruttiva che in passato hanno avuto il nazismo e il comunismo. Mentre l’America si batteva contro l’islamo-fascismo (concetto coniato dal liberal Paul Berman), l’Europa non trovava di meglio che baloccarsi con il pacifismo antiamericano e il buonismo terzomondista. Con l’eccezione del Regno Unito del laburista Tony Blair, il quale non ha mai esitato ad onorare l’alleanza con gli Stati Uniti nella lotta al terrorismo e la cui stretta collaborazione politica, militare e di intelligence con Bush ha funzionato, come si è sperimentato proprio nella capacità e nella tempestività con cui è stata individuata e prevenuta quella che sarebbe stata una clamorosa catastrofe civile.
Gli italiani che hanno messo alla gogna i rapporti tra il Sismi e la Cia dovrebbero imparare la lezione. E gli europei, aggrappati alle illusioni nazionaliste, neutraliste e pacifiste, dovrebbero meditare che già un’altra volta, nel 1939, credevano possibile un appeasement con il diavolo totalitario, ma poco dopo dovettero rivolgersi ai «marines capitalisti e imperialisti» per cancellare dall’intera Europa (con l’eccezione, anche allora, della resistente Inghilterra di Churchill) la croce uncinata, antenato ideologico del nichilismo islamico.
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