L’illusione del dialogo

«Almeno ci siamo visti» ha detto Condoleezza Rice «speriamo di rivederci presto». Insomma, non è andata, e c’è da chiedersi cosa sarebbe successo se fin dal primo momento invece di fare politica alla vecchia maniera, ovvero illudendoci di spremere stabilità e pace da una situazione antitetica a questo concetto, gli Usa e l’Europa avessero detto a Abu Mazen, abolendo il buonismo speranzoso: è il tuo turno, non limitarti a puntare su un governo di coalizione con Hamas, da cui non otterrai altro che dispiaceri, dichiara la tua responsabilità, esponi l’idea che per ottenere uno Stato e il benessere si deve riconoscere Israele e rinunciare al terrore. Invece abbiamo preferito credere che fare il tifo per un governo di coalizione che calmasse le due fazioni che spargevano il loro proprio sangue nelle piazze di Gaza e della Cisgiordania, fosse di per sé garanzia; che un blocco in cui Abu Mazen sedesse insieme a Ismail Hanje, il primo ministro di Hamas, avrebbe finalmente predisposto il partito integralista islamico a comportarsi come un potere occidentale. E ancora ce lo aspettiamo.
Ci è di nuovo piaciuto sperare, mentre Condoleezza Rice arrivava in Medio Oriente. Gli Usa si sono ripresentati sempre alla ricerca di un successo mediorientale nella nebbia irachena, ma hanno usato una bussola di poco prezzo. Si è sperato che potesse ricominciare da qui la solita canzone: creazione di uno Stato palestinese, terra in cambio di pace sulla base del riconoscimento da parte della nuova coalizione Hamas-Fatah, ancora in fase di formazione, delle tre condizioni poste dal Quartetto. Riconoscimento dell’esistenza di Israele, lotta al terrorismo, riconoscimento degli accordi finora firmati fra palestinesi e israeliani. Adesso, esattamente come accadde all’indomani della vittoria di Hamas alle elezioni del gennaio 2006, si creerà di nuovo un clima di gentile possibilismo, che lascerà poi posto alla disdetta e allo stupore che seguì quando l’Europa si rese conto, in un mese, che Hamas non aveva nessuna intenzione di abbandonare il suo credo solo perché era arrivata al governo, e che dopo la distruzione dei templi e delle serre nella Striscia sgomberata, la nuova Gaza si armava fino ai denti nella prospettiva di una guerra con Israele.
Ieri, di fronte all’ennesima richiesta americana e israeliana di riprendere a parlare sulla base del riconoscimento delle condizioni del Quartetto, rifulgeva la verità accecante che la buona volontà di Abu Mazen non basta. Lui ripeteva di aver fatto quello che poteva, e che oltre non aveva potuto andare, e che chiedeva di dargli comunque fiducia. Una contraddizione in termini: perché se Abu Mazen alla Mecca è stato di fatto strumentalizzato da Hamas, non si vede proprio perché oggi le cose dovrebbero andare diversamente.
Alla Mecca l’accordo siglato, se lo si legge bene, altro non è che la messa in musica di due punti fondamentali dell’interesse di Hamas: il primo, smettere di spargere sangue in una guerra fratricida, e non è detto, nelle prossime settimane in cui si finalizzerà il governo, che possa funzionare; il secondo, disporre con la presenza di Abu Mazen e dei ministri del Fatah, di un gruppo dirigente che possa ricevere fondi dall’Europa e la legittimazione internazionale dopo il disastro del periodo Hamas.
Ma a legittimare Israele o cessare dal terrore, chi ci ha mai pensato? Khaled Mashal sul quotidiano Al Hayyat del 7 di febbraio ha dichiarato che questo tema non è mai neppure stato menzionato nella discussione della Mecca, e che la base dell’incontro tanto sudato è stato il “Documento di Accordo Nazionale” ovvero il “Documento dei Prigionieri” che si impegna a delineare uno stadio della lotta, quello della liberazione della Cisgiordania e l’istituzione dello Stato palestinese; solo, però, come premessa allo stadio successivo, quello del “diritto al ritorno” di milioni di palestinesi, che di fatto oblitera lo Stato ebraico.
Mashal spiegava anche che da ora in avanti «deve essere adottato un nuovo linguaggio politico che sia condiviso da tutte le fazioni... è una questione di esigenza nazionale». Un linguaggio buono anche per Fatah. Ma deve restare l’intenzione strategica, ripetuta come ha già fatto ieri Ismail Hanje nel commento all’incontro trilaterale: anche l’epos popolare, insomma, non deve allontanarsi dall’idea della riconquista di tutta la terra su cui sorge Israele.
Anche uomini del Fatah come Azam al Ahmed hanno confermato che la questione del riconoscimento di Israele non è mai entrata nella discussione della Mecca, e che né Hamas né per altro il Fatah sono stati richiesti di procedervi. Quanto al “rispetto” degli impegni presi dai precedenti governi, che si trova negli accordi, al Ahmed stesso ha spiegato che il PLO, l’ombrello che raccoglie tutte le organizzazioni palestinesi, può conservare i suoi obblighi, ma le varie organizzazioni possono invece conservare ciascuno la sua ideologia. Così, si crea la confusione per cui Abu Mazen potrebbe nel futuro trattare con Israele a nome dell’Olp, mentre Hamas, partner di maggioranza, di fatto non solo potrebbe conservare intero il suo disaccordo, ma anche agire con le sue armi, che tutti conosciamo, per distruggere gli accordi stessi.
Di nuovo, come ai tempi degli accordi di Oslo, si può ipotizzare realisticamente che una volta che fossero avviati da Abu Mazen su Gerusalemme e sui profughi, Hamas con l’aiuto anche di gruppi del Fatah come i tanzim e le Brigate di Al Aqsa, sarebbero pronti a lanciare una guerra come quella del 2001, per distruggerli. Ora Condoleezza ha dichiarato un “aspettiamo e vediamo” rispetto al governo che deve sorgere. Data la situazione di generale mobilitazione dell’islamismo mondiale, i contributi iraniani di decine di milioni di dollari a Hamas, l’impegno saudita per strapparli ad Ahmadinejad; Bashar Assad che si è appena recato in visita a Teheran e lancia proclami di comune guerra con il presidente iraniano; la mesta relazione dei servizi segreti dell’esercito israeliano che ieri hanno riportato che gli hezbollah sono già riarmati come lo erano prima della guerra (oh Unifil, dove sei tu?)... niente lascia immaginare un quadro di stabilizzazione in cui Hamas possa addivenire a quella tanto agognata “normalizzazione” che il mondo sogna. Fare una politica di pace fra Israele e i palestinesi non significa sognarla: guaio più grande non potremmo fare, sul piano locale e mondiale, che aiutare il governo a predominio di Hamas, fingendo di credere che parliamo con Abu Mazen.