L’imam boccia il partito islamico: "Solo un ghetto"

Il leader dei musulmani di via Padova, premiato con l’Ambrogino d’oro,
contesta la proposta del capo di viale Jenner: "Una lista? Un’idea sua,
che non capisco. Noi siamo contrari e invitiamo tutti i fedeli a
impegnarsi nei partiti italiani"

Il primo a non votare per il partito degli immigrati (o dei musulmani, è ancora da chiarire) è il leader del più importante centro islamico cittadino, quello di via Padova, che riunisce migliaia di fedeli, più numerosi - e anche più silenziosi - di quelli del centro viale Jenner, seguitissimo dopo il caso della preghiera per strada.
Il direttore della Casa della Cultura islamica Mahmoud Asfa boccia categoricamente la proposta del collega dell’Istituto islamico Abdel Hamid Shaari: «Noi - spiega - invitiamo tutti coloro che frequentano il nostro centro, cittadini italiani o futuri cittadini italiani, a impegnarsi nei partiti italiani, che sono diversi e offrono posizioni e orientamenti diversi. Siamo assolutamente contrari alla lista che propone Shaari. È un’idea sua, un’idea che non capisco - spiega Asfa - anche perché si parla di immigrati e poi di musulmani, c’è molta confusione». «Comunque - conclude - crea un ghetto, e noi siamo contrari ai ghetti, sociali, culturali o politici che siano». «I partiti islamici - conclude Asfa - non ci sono neanche nei Paesi musulmani, in Italia una cosa del genere non avrebbe senso, noi siamo con contro i partiti ideologici, siano essi musulmani o no».
Spesso negli ultimi anni è emersa in alcune frange del mondo musulmano milanese una pericolosa confusione fra politica e religione, per esempio nelle manifestazioni pro-Palestina che sono sfilate per il centro declamando invocazioni ad Allah. O al contrario in circostanze religiose in cui si individuano obiettivi e temi di natura politica. Nondimeno Asfa è convinto che Shaari non otterrà un gran seguito: «Nessuno nella nostra comunità vuole un partito islamico, noi abbiamo fiducia nella politica italiana». Asfa chiede però alla politica italiana di avere altrettanta fiducia in chi lo merita. «Noi - dice - da 30 anni lavoriamo per l’integrazione e per le regole». E questo rispetto delle regole la Casa di via Padova l’ha pagato anche con una scissione dell’ala oltranzista. La Casa della cultura però chiede un centro per pregare: «Non diciamo una grande moschea, ma un luogo decoroso. Non è possibile che alle porte di Expo a Milano si preghi ancora a turni nei garage».
I dirigenti di Via Padova dunque si propongono come interlocutori delle istituzioni: «Il sindaco parla di interlocutori di fiducia, io le ricordo il nostro lavoro, le nostre posizioni, e le ricordo che mi ha personalmente premiato con l’Ambrogino, spero che basti. Altrimenti lo scelga lei l’interlocutore, scelga un altro, ma è possibile che su 100mila musulmani non ce ne sia uno credibile? È giusto che con il ministro studino delle regole per i luoghi di culto, noi chiediamo solo di fare presto, e di non rinviare ulteriormente questo problema. Il Consiglio comunale ha votato per la moschea, Milano è l’unica città internazionale in cui si prega in queste condizioni».
Secondo il vicesindaco Riccardo De Corato «la netta presa di posizione degli islamici moderati che hanno stride con la linea fondamentalistica portata avanti dal portavoce dei musulmani di viale Jenner Shaari».