L’imam rapito e l’«ingerenza» degli Stati Uniti

Rino Cammilleri

È tutto un coro di indignazioni, a destra e a sinistra, per l'«inammissibile ingerenza» e una violazione della nostra sovranità nazionale che, guarda un po', spunta fuori contro i soliti americani.
Tuttavia, bisognerebbe sommessamente ricordare che l'orgoglio patriottico andrebbe tirato fuori sempre, e non a intermittenza e a senso unico. E bisognerebbe, anche meno sommessamente, ricordare chi è che ha voluto, illo tempore, lo stravolgimento e il mezzo smantellamento dei nostri servizi di intelligence, tempesta che fece diventare l'Italia un colabrodo aperto a ogni «operazione» internazionale. Infine, un Paese normale, cioè serio, avrebbe tutto il diritto morale di protestare fino all'incidente diplomatico in un caso come quello dei tredici agenti della Cia che avrebbero rapito l'imam sospetto di filo-terrorismo.
Ma un Paese in cui ogni magistrato fa quel che gli pare a seconda dell'uzzolo o delle personali visioni ideologiche non si impegna come alleato di qualcun altro in una missione militare all'estero e suscettibile di ritorsioni terroristiche sul territorio nazionale. Se lo fa, dovrebbe come minimo essere ben saldo e sicuro su quello che si chiama «il fronte interno».
Gli americani, che tutto sono tranne che stupidi e disinformati, sanno benissimo che in Italia un indiziato di terrorismo ha più di una probabilità di non venire neutralizzato, perché un giudice che lo piglia per «resistente» da noi si trova con una facilità non proprio irreale. Qui da noi la giustizia (è inutile nasconderselo) funziona così: la polizia è bravissima a fare il suo mestiere; anzi, molti ce la invidiano. Ma la magistratura non sai mai cosa farà. E ne sanno qualcosa i cittadini comuni quotidianamente vessati dalla delinquenza, che quasi mai vedono soddisfatte le loro legittime aspirazioni a che l'onesto trionfi e il criminale paghi. Sì, certo, non sono pochi i magistrati bravi, capaci e perfettamente in grado di lasciare a casa loro le rispettive visuali ideologiche. Ma non tutti, ed è questo il guaio.
È dall'insicurezza che nasce la sfiducia complessiva. Accade come quando si sparge la voce che circola moneta falsa: se non si provvede subito e con tutto il rigore, finisce che nessuno accetta più neanche la vera, stante l'impossibilità di riconoscerla preventivamente. In breve si torna al baratto. Fuor di metafora: al fai-da-te e ai vigilantes dalla pistola facile (in base al vecchio adagio: meglio un cattivo processo che un buon funerale).
Questo è il Paese che modifica la sua legislazione, anche costituzionale, ad personam, arrivando a provocare conflitti tra le istituzioni per graziare un condannato (e solo uno) che nulla ha mai chiesto. Questo è il Paese in cui un ministro andò ad accogliere all'aeroporto una persona che proprio gli americani avevano condannato per terrorismo. Dunque, sapendo tutto ciò, gli americani saltano, per così dire, i passaggi e fanno da soli. La voce grossa con loro andava fatta ai tempi del Cermis, semmai, quando in ballo c'era la vita di innocenti italiani. Ora, sarà difficile non far pensare alla gente, in cuor suo, che quelli della Cia hanno fatto bene.