L’imam ringrazia Monte Paschi: «La banca ha fatto tanto per noi»

nostro inviato a Colle Val d’Elsa (Siena)

Lavorare stanca? Chiedere a Bouallegue Mounir, il costruttore della moschea: «Soffro di mal di schiena, dormo male, ma da quando ho finalmente aperto questo cantiere riposo come un angioletto, perché edifico la casa di Dio». Dalla montagna di terra scavata per le fondamenta, pochi chilometri dallo svincolo della superstrada Firenze-Siena (comodissimo da raggiungere per i futuri frequentatori da fuori paese), l’impresario tunisino si guarda attorno compiaciuto, come se tutto quello che lo circonda fosse suo. Ha battezzato la sua impresa di costruzioni «Rinascente», come l’islam in Italia e - fatalità - come la catena di grandi magazzini che quest’anno ha cancellato i presepi dal proprio assortimento. In tanti anni ha fabbricato case, alberghi, capannoni industriali; dà lavoro a italiani e stranieri. Sta realizzando il suo sogno, «un’opera che durerà per l’eternità».
Ferras Jabareen, l’imam, gli fa visita quasi tutti i giorni. Anche lui vive da molti anni in Italia, è gentile, parla come un sociologo. Descrive la moschea come un «progetto pilota unico in Italia», «una struttura di grande civiltà»: il complesso oltre alla sala per la preghiera ospiterà anche locali per incontri e una biblioteca e sarà gestito da un comitato scientifico di garanzia composto da quattro musulmani e quattro rappresentanti del Comune. «Abbiamo chiesto a tutte le comunità islamiche italiane di mandarci soldi. Il Monte dei Paschi ha fatto tanto, ma non basta. Molte ci hanno già risposto; una moschea si è rifiutata, una delle più estremiste, dove sono stati compiuti arresti per terrorismo: niente soldi, hanno detto, a chi collabora con gli infedeli».
Tutta la comunità musulmana senese è mobilitata per difendere l’inaspettato dono celeste. Un colligiano teme il ripetersi di situazioni tipo Porta Palazzo a Torino? «Non evochiamo fantasmi, non alimentiamo paure». Qualcuno parla di reciprocità? «Ma che argomenti sono, da noi in Tunisia c’è libertà, il presidente ha appena ordinato di costruire una chiesa cristiana a Djerba». E i «buuh» di protesta coprono l’onorevole Paoletti Tangheroni se osa dire che «la moschea non si può imporre per forza, finché ci sarà anche un solo cittadino contrario non dev’essere eretta perché la gente va educata all’integrazione e all’accoglienza, non costretta».
L’amministrazione comunale è tutt’uno con il combattivo gruppo di musulmani. Al quartiere Abbadia sono tutti elettori di sinistra, ma quando hanno protestato nelle strade non avevano al fianco né sindaco né assessori. I quali invece si sono affrettati a convocare un’assemblea pubblica di solidarietà con la comunità islamica dopo il terzo raid contro il cantiere della moschea. E all’ennesima richiesta di un referendum popolare, il sindaco ds Paolo Brogioni ha risposto con un sillogismo: «La moschea era nel mio programma, sono stato eletto lo stesso. Dunque non se ne parla più».