L’imbarazzo di Oslo costretta a spiegare le ragioni della medaglia

I norvegesi hanno difeso la loro decisione di dare uno scomodo premio per la pace a un presidente in guerra. E il presidente ha difeso il suo diritto di fare la guerra. E la sua contestata scelta di inviare altre 30mila truppe in Afghanistan.
Nelle sette ore di volo dagli Stati Uniti alla Norvegia, a bordo dell’Air Force One, Barack Obama stava ancora sistemando il suo discorso. Dicono sia stato sveglio per notti intere a scriverlo. La bozza finale è stata limata dai suoi due fidati speechwriter, Ben Rhodes e Jon Favreau. Il presidente ha parlato davanti a un pubblico di oltre mille persone. In prima fila, poco lontana dai reali norvegesi, la First lady Michelle, in giallo come nel giorno dell’inaugurazione, si è lasciata riprendere mentre seria si asciugava dal viso le lacrime.
Obama ha accettato il premio per la pace difendendo il diritto di fare la guerra: «La guerra giusta», come già aveva definito il conflitto in Afghanistan. «Sì, gli strumenti della guerra hanno un ruolo nel preservare la pace», ha spiegato in un discorso pieno di dicotomie in cui il personaggio più citato è stato un altro Nobel per la pace, Martin Luther King.
Il discorso di guerra di Obama ha incontrato l’approvazione del comitato norvegese che gli ha consegnato il premio creando polemiche e dibattiti. Il presidente dell’istituzione, Thorbjoern Jagland, ha difeso ieri la scelta di premiare Obama. È un riconoscimento alle intenzioni, ha detto: «Molti hanno sostenuto che il premio è arrivato troppo presto - ha affermato all’inizio della cerimonia di consegna - ma la storia ci può dire molte cose sulle opportunità mancate». «È adesso, oggi, che abbiamo l’opportunità di sostenere le idee del presidente Obama, il premio di quest’anno è davvero una chiamata all’azione per tutti noi». Sembrano pensare lo stesso i manifestanti che ieri hanno atteso il presidente davanti all’Istituto Nobel, dove si è recato prima della consegna della medaglia per aggiungere il suo nome al libro che contiene tutte le firme di chi come lui ha ottenuto il premio. «Lo hai vinto, ora meritatelo», era scritto sui cartelli della protesta. In piazza c’erano i membri di Greenpeace, i duri e puri dell’ambiente. L’associazione si è congratulata ieri con il presidente ma gli chiesto di utilizzare l’opportunità per ottenere un accordo giusto quando la settimana prossima parteciperà al summit delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici a Copenaghen (Obama ha inviato un segnale in questa direzione nel suo discorso di ieri: «Il mondo deve unirsi per affrontare i cambiamenti climatici», ha detto).
Nove giorni dopo aver annunciato l’invio di nuovi soldati in guerra e di aver così suscitato le ire di pacifisti e di parte della sua base contraria al conflitto in Afghanistan, con i sondaggi sfavorevoli, Obama ha riconosciuto «la notevole controversia» suscitata dalla decisione del comitato norvegese di assegnargli il Nobel per la pace e ha ricordato il suo ruolo di «comandante in capo di una nazione in guerra».
E se il paradosso di un presidente di guerra che ritira un Nobel per la pace continua a suscitare perplessità un po’ ovunque, nonostante i norvegesi insistano sul riconoscimento alle intenzioni, negli Stati Uniti c’è chi inizia a vedere nel premio un’opportunità, uno strumento per delineare in maniera più chiara la politica estera del futuro. In passato il candidato Obama era stato accusato dai suoi rivali e dai suoi detrattori di presentare un programma un po’ fumoso per quanto riguarda le grandi questioni internazionali. «Obama usa il discorso del Nobel per spiegare la sua dottrina di politica estera», titolava ieri il Los Angeles Times, notando come in soli 35 minuti il presidente abbia offerto una visione, «abbastanza flessibile da permettergli di intensificare la guerra in Afghanistan, chiedendo allo stesso tempo una maggiore cooperazione nella battaglia alla povertà, al riscaldamento globale e difendendo i diritti umani nel mondo». «In un certo senso, questa è stata una delle più chiare esposizioni dei principi di politica estera che Obama abbia dato fino a oggi», ha scritto Ross Douthat nel suo blog sul New York Times.