L’imbroglio dell’equivalenza

Dove rischiano di andare a finire la priorità dell'economia e le priorità nelle scelte politiche per l'economia, in questa Torre di Babele dominata dalle strategie centriste descritte ieri dal direttore de il Giornale? Uno degli effetti paradossali (ma non tanto), magari sotto le mentite spoglie delle esigenze di sviluppo dell'economia italiana, è il tentativo di cancellare agli occhi degli elettori ogni differenza tra progetti alternativi per l'economia e la crescita. Si tratta del futuro del Paese e gli enormi pericoli che si correrebbero non dovrebbero richiedere sottolineature. Ma l'imponente azione cosmetica - gli opposti schieramenti praticamente si equivalgono, ci vuole altro... - suggerisce di farlo per tempo, senza troppi peli sulla lingua.
La premessa, intanto, non è vera. Le deduzioni sono di fatto indifferenti ai contenuti concreti della politica economica e sociale di cui abbiamo bisogno. Indifferenti persino al contemperamento di riforme liberali e di protezioni, di innovazione e di sicurezza, che dovrebbero invece essere confrontate su progetti diversi e trasparenti, senza trucchi, davanti agli elettori. Accreditare comunque l'imbroglio della pratica equivalenza e quindi di una simmetrica inadeguatezza sia del centrodestra, sia del centrosinistra sul terreno delle riforme liberali e dell'innovazione, motori essenziali della crescita economica (in Italia, per l'arresto di un declino strutturale che viene da molto lontano, per non dire dal centro...), è di per sé un'operazione mistificatoria. Operazione neanche tanto subliminale, è stata ravvivata all'inizio di agosto dalla singolare motivazione politica data dall'agenzia Standard & Poor's alla variazione delle prospettive del nostro debito, basata appunto sulla dubbia capacità di entrambe le coalizioni di adottare adeguate misure strutturali di finanza pubblica. E poi goffamente tentata anche con le scorrette previsioni di crescita negativa per l'Italia anticipate dal Fondo Monetario. Ma «Questa o quella per me pari sono» può andar bene per il Rigoletto, non certo quando si discute del futuro della nostra economia.
Se mai, quanto al peso di un (grande) «centro corporativo e che chiede protezione, non riforme», rispetto a uno (piccolo) «riformista e liberale», beh, lasciamo sportivamente la parola a Michele Salvati, Corriere della Sera del 23 agosto. Teniamo conto però, sul tema della competitività in funzione dello sviluppo dell'economia italiana, che il suo nome è uno solo: produttività, e che il motore della crescita del benessere economico è il suo aumento. Perciò è indispensabile un forte incremento della produttività delle imprese italiane e della qualità dei loro prodotti, obiettivo che può essere conseguito soltanto aumentando la concorrenza, in grado di liberare risorse per l'innovazione e il miglioramento tecnologico. Teniamo anche conto della sostanziale immobilità della nostra struttura produttiva per quanto riguarda i settori tradizionali e del suo arretramento in quelli con grandi economie di scala o fondati sulla scienza. Vogliamo infine ricordare, sempre ad esempio, il tema della tutela dei contratti, visto che in Italia ci vogliono in media 630 giorni (rispetto ai 331 della Germania, che viene subito dopo) per sfrattare un inquilino insolvente e 645 per riscuotere un assegno in bianco (rispetto a 154)?
Perciò il problema di fondo non riguarda alcun centro politico, né la cosmetica più o meno pesante di un centrosinistra geneticamente statalista nel suo minimo comun denominatore. Basta passare dalla tattica alla strategia di una politica economica veramente strutturale per capire che questa, piaccia o no, è o non è soltanto nel centrodestra, nelle sue capacità o incapacità. Del resto avremo modo di renderci presto conto se le sue basilari ragioni politiche prevarranno o meno sulle pulsioni suicide.
Siamo alla vigilia della Finanziaria 2006 e, fra scomposte ipotesi di tassazioni sulle rendite finanziarie (cioè del risparmio), condoni, freni alla riduzione delle spese correnti e simili, vien quasi da adottare (o ritorcere) l'invocazione cortinese del presidente della Confindustria: «Per l'amor di Dio, governate, perché abbiamo bisogno di decisioni». Appunto, ma qui la prima domanda, fondamentale, è come correggere lo squilibrio dei conti pubblici italiani. Se non si fa spazio alla riduzione della spesa pubblica, la sola via d'uscita, prima o poi, è l'aumento della pressione fiscale: cioè la formula del centrosinistra e, purtroppo, dei tanti che confondono gli impulsi alla crescita economica con i suoi peggiori ostacoli.
Vedremo presto la capacità del centrodestra di fare il suo mestiere, se non proprio di adempiere alla sua «missione» storica: seguendo l'esempio di altri Paesi e ridisegnando il ruolo del settore pubblico nell'economia. Riducendolo.