L’imitazione della giustizia

Gigi Sabani è scivolato nel regno dei morti, con silenziosa sofferenza, nella casa degli affetti, in una quieta serata romana. L’estremo tentativo di rianimazione, dicono, è stato inutile e l’uomo di spettacolo che il pubblico non ha mai cessato di apprezzare è uscito di scena portando con sé, ultima sensazione del mondo visibile, un fastidioso dolore al braccio sinistro. L’infarto è un killer insidioso. Dopo, quando la vita è fuggita, i patologi individuano le arterie occluse, i trombi, o ipotizzano spasmi micidiali che hanno determinato quello che volgarmente si chiama crepacuore, ma in verità le cause di quell’evento tragico non sono poi tanto chiare. Sì, contano l’anatomia e il calibro delle coronarie e le loro patologiche degradazioni, ma giocano un ruolo determinante anche fattori imponderabili e non misurabili: il dolore, la sofferenza improvvisa e ingiusta, la fatica del vivere, la tragedia di sentirsi estranei e incompresi, marchiati. La sofferenza morale può diventare un fattore di rischio molto più decisivo degli errati «stili di vita» così cari ai salutisti. Interrogativi, misteri, la vita e la morte sono più complesse della scienza che pretende di spiegarle.
Gigi Sabani portava sulle sue spalle di uomo timido e schivo – pare che tutti i grandi imitatori siano così nella loro dimensione privata – un gravoso fardello di sofferenza. Nel 1996 era stato coinvolto in uno scandalo montato come la panna di certe tremule torte: una specie di anticipo pruriginoso di Vallettopoli. L’aveva organata un pubblico ministero che aveva raccolto le confidenze e i pentimenti tardivi di una velina ante-litteram la quale aveva raccontato di ricatti sessuali ai quali, lei e certe sue colleghe, avevano dovuto sottostare per lavorare in televisione.
Nel tritacarne moralistico-giudiziario era finito anche Gigi Sabani, che fu arrestato all’alba, come i grandi criminali, e rimase in carcere per due settimane.
Il giustizialismo talebano di certa magistratura trovò ampia risonanza nel circo mediatico: era piacevole azzannare, privilegiando le parti intime, personaggi di notevole rilievo televisivo. Prove e indizi erano molti discutibili, tant’è che dopo quindici giorni Sabani uscì di galera e passò al contrattacco citando lo stesso pubblico ministero per aver abusato del suo potere.
Gigi Sabani aveva perfettamente ragione. Nel giro di qualche mese la sua innocenza fu conclamata e la richiesta di archiviazione fu subito accolta. Lo showman ottenne anche il risarcimento di Stato per l’ingiusta carcerazione subita.
Ma il dolore, acuto, insopportabile, ingiusto rimase perché dopo quell’arresto all’artista dotato e triste si schiusero soltanto le piste di un deserto d’indifferenza e di oblio.
Come certi miti monomaniaci, Sabani parlava con parenti, amici e colleghi dell’ingiustizia che l’aveva azzoppato, ingoiava grumi di dolore in un ambiente che, per conformismo e per viltà, l’aveva emarginato. Non tutti gli voltarono le spalle, sia chiaro, parecchi colleghi provarono a rimotivarlo e a sostenerlo psicologicamente, ma il sistema, nelle sue espressioni più significative di potere, manteneva l’interdizione decretata da quell’infelice e sbagliata azione giudiziaria. Altro che maccartismo. I pubblici ministeri sono il sale della terra e la stella polare della pubblica moralità, inutile e pericoloso mettersi di traverso.
Chissà quante spine di sofferenza e quante placche avrà disseminato questa situazione nelle arterie di Gigi Sabani, senza contare l’effetto nefasto del doversi rimangiare ogni giorno il grido contro l’ingiustizia. I gridi strozzati uccidono. Adesso prevalgono tardivi apprezzamenti e inutili scuse. Ma il caso Sabani rientra nella casistica sterminata dalla malagiustizia, per la quale non pagano mai i colpevoli, ma le vittime.
Lui è morto, pagando un debito che non aveva nemmeno contratto, restano in carriera certi magistrati che non sono sacerdoti della giustizia, ma ne sono soltanto sinistri, grotteschi imitatori. Loro non pagano mai.
Salvatore Scarpino