«Con l’immigrazione più crimini: l’equazione ora è dimostrata»

Negli ultimi decenni è costantemente cresciuta la percentuale degli stranieri sul totale dei denunciati e condannati. L'aumento riguarda numerosi reati, in particolare quelli che colpiscono più da vicino la gente comune: borseggi e furti in appartamenti, scippi e rapine, traffico di droga, omicidi, stupri. Le percentuali sono eccezionalmente elevate nelle grandi città dell'Italia centro-settentrionale, dove si toccano i livelli dei Paesi europei con una presenza di stranieri molto maggiore. All'impennata hanno contribuito gli immigrati regolari ma soprattutto gli irregolari: sul totale degli extracomunitari denunciati, quelli privi di permesso di soggiorno variano dal 65 al 92 per cento, a seconda dei reati.
Basterebbero queste statistiche per fare giustizia di tanto buonismo. La criminalità degli stranieri è un fatto, una grave emergenza sociale più grave in Italia che nel resto d'Europa: non lo sostiene Mario Borghezio, ma il professor Marzio Barbagli, sociologo dell'università di Bologna e tra i rari studiosi dei reati commessi dagli immigrati. Un cattedratico di sinistra: lo scrive lui stesso nella presentazione del suo ultimo libro Immigrazione e sicurezza in Italia (editore Il Mulino) in vendita da pochi giorni.
Nel '96, quando vi s'imbatté, Barbagli non voleva credere ai dati che aveva in mano: «Erano così in contrasto con le mie convinzioni politiche che feci ogni sforzo per non prenderli sul serio». Attribuì il fenomeno alle «discriminazioni che gli immigrati subivano dalle forze dell’ordine e della magistratura». Verificò, e scoprì che non era così. Il suo primo libro fece scandalo. «Le critiche erano prevalentemente di natura politica. Qualcuno mi disse anzi di condividere completamente le conclusioni alle quali ero arrivato, ma di considerare pericolosa la pubblicazione. L’indignazione portò due o tre di loro a togliermi il saluto». Il pregiudizio ideologico impedisce di vedere i fatti.
Quest’ultimo volume, frutto di dieci anni di studi, sfata molti luoghi comuni della sinistra. Per esempio, che i rom non delinquono più di altre etnie: invece metà dei minori condannati per furto sono stranieri, e di questi il 90 per cento sono nomadi rom e khorakhané. Oppure che la Bossi-Fini è una legge inadeguata, mentre ha ridotto la clandestinità, favorito le espulsioni, diminuito la criminalità. C’è la conferma che i centri di permanenza temporanea, introdotti dalla Turco-Napolitano e rafforzati dal governo Berlusconi, hanno facilitato le identificazioni e i rimpatri degli irregolari toccando l'apice dell'efficienza nel 2005. «Nel 2006 e 2007 il livello di rendimento di questi centri ha preso nuovamente a diminuire»: ma c’era Prodi a Palazzo Chigi.
L’esplosione della criminalità romena (che oggi primeggia in furti, rapine e violenze sessuali) culminata nell'uccisione di Giovanna Reggiani a Roma precede l’entrata della Romania nella Ue: risale al 2001, quando la Commissione europea abolì per 43 Paesi, tra cui i balcanici, l’obbligo del visto di ingresso per soggiorni inferiori a tre mesi. «L’esenzione non dovrebbe comportare un forte aumento di clandestini», sostenne la Commissione allora presieduta da Prodi. Successe l’opposto.
Barbagli confronta l'attuale flusso migratorio con tre ondate storiche: Stati Uniti nel primo Novecento, centro Europa nel dopoguerra e Australia negli anni 60-70. Mai era successo che gli stranieri commettessero più reati della popolazione locale, mentre oggi accade il contrario. Negli Usa di Al Capone, gli americani compivano borseggi e furti due volte più degli immigrati e il triplo di rapine e furti in appartamento. Nel 1931 la commissione Wickersham demolì «la credenza popolare che un’alta percentuale della criminalità può essere attribuita agli stranieri». Dunque, conclude Barbagli, «vi sono periodi storici e Paesi nei quali gli immigrati rispettano maggiormente le leggi degli autoctoni e altri in cui lo fanno meno». Con tanti saluti alla retorica di «quando gli albanesi eravamo noi».