L’«immoralità» costituzionale dei senatori a vita

Egregio dottor Granzotto, vorrei inviare una precisazione circa l’aggettivo «immorale» usato da Berlusconi per qualificare il comportamento dei senatori a vita in occasione della fiducia concessa dal Senato al Governo Prodi, che tanto ha offeso Cossiga e che invece io, modestamente, trovo azzeccatissimo. Premesso che si intende immoralità politica, i senatori a vita dovrebbero sapere che al Senato con i voti nazionali la Casa delle libertà ha ottenuto un seggio in più di quelli dell’Unione e perciò con il loro comportamento essi hanno attuato una prevaricazione sulla volontà della maggioranza che vive nel nostro Paese, offendendo in modo sprezzante la Democrazia. Inoltre è immorale anche il fatto che i Presidenti che si sono succeduti al Quirinale mai abbiano preso l’iniziativa di concedere il laticlavio a persone di indirizzo culturale e politico di centrodestra.



Non penso sia questione di destra o di sinistra, caro Corradi. Siamo sinceri: aspettarsi che invitandoli ad astenersi un governo periclitante rinunci alla ciambella di salvataggio fornitagli dai senatori a vita è davvero pretendere troppo. Ma attendersi dai senatori a vita un comportamento istituzionalmente corretto, questo sì, questo lo possiamo e lo dobbiamo pretendere. Essendone consapevoli, essi hanno manipolato, falsificandola, la volontà dei rappresentanti del popolo sovrano (ordine al quale il senatore a vita non appartiene, essendo nominato dall’alto e non dal basso) e quindi del popolo medesimo. Grave, gravissima soperchieria che Giulio Andreotti ha giustificato con la dozzinale battuta: «Sono contro gli aborti, anche di un governo», ammettendo così di esserne la levatrice. Ruolo che non spetta a un senatore a vita, un tempo figura dell’alta e solenne coreografia dello Stato e ora invece – e inopinatamente - protagonista della scena politica. Salvo che nelle satrapie africane e centro-sudamericane in nessun Paese permane l’arcaica mansione del vitalizio parlamentare. Credo che padri costituenti l’abbiano voluta per dar ulteriore corpo a una delle debolezze della società politica: accada quel che accada, non uscire mai di scena. Se in tutte le democrazie conclusa la loro stagione, il loro mandato o la loro esperienza di governo i politici tolgono il disturbo, da noi non mollano mai e anche se son lì a stringer la vita coi denti seguitano a brigare, a invocare interviste, a proporsi come riserva di lusso della Repubblica quando non proprio come salvatori della patria. Richiamo del palcoscenico, «visibilità», voluttà del potere, certo. Ma non bisogna dimenticare che le cariche a vita o quelle a tempo determinato ma con ripercussioni a vita (presidente della Repubblica, della Camera o del Senato, della Corte costituzionale eccetera) non sono mai onorifiche, ma accompagnate da una serie di benefici - l’auto blu, la scorta, i picchetti, la poltrona in prima fila, l’ufficio con segretarie e bollette pagate eccetera – che risultano irresistibili per il loro vibrante (e costoso) status.
Se il dettato della seconda parte dell’articolo 59 della Costituzione - mi riferisco ai meriti con i quali un cittadino ha illustrato la Patria, meriti che hanno da essere «altissimi» e non annoverano quelli politici – fosse sempre stato rispettato, poteva anche andare. E questo perché siccome di uomini (e donne, tocca sempre aggiungerlo) che rispondano ai requisiti richiesti ne nascono sì e no uno/a ogni cinquant’anni, se applicato alla lettera l’articolo 59 non sarebbe mai andato più in là di una nobile dichiarazione di intenti. Ben diverso è il caso della prima parte di quell’articolo: «È senatore di diritto e a vita, salvo rinunzia, chi è stato Presidente della Repubblica». Qui siamo proprio alla clausola di salvaguardia: essendo il Quirinale (ove dopo Einaudi mai è asceso e mai ascenderà un non politicante) il mandato di «fine carriera», per assicurare al titolare la perpetuità politica lo si investe del laticlavio a vita. Pratica (unica al mondo) che prescinde i meriti, il gradimento popolare e persino quello parlamentare oltre che il buon senso, la serietà e i retti costumi democratici che escludono, per la loro essenza, assegni in bianco di tal fatta. Il quale in determinate circostanze, ossia quando fa buon peso come è avvenuto nel corso della fiducia al governo Prodi, non dovrebbe comunque esser messo all’incasso. Facendolo, i traenti hanno salvato testa quedra, ma svalutato in modo insanabile quel «profilo istituzionale» che da alto che era o tale veniva inteso è precipitato così in basso che più basso non si può.
Paolo Granzotto