L’imperatrice di Stradella

«Nel cuor di Stradella, che è quella città dove tutte le armoniche sono nate», scrive Paolo Conte nella celebre «Fisarmonica di Stradella». E lo sa bene il cantautore astigiano, che di questi strumenti ne possiede addirittura tre, tutti made in Padania: la «Formula 1 della fisarmonica» (così la chiamano gli stradellini) arriva dritta sparata dalle colline pavesi. È più di un secolo che il piccolo borgo dell'Oltrepò si trova in pole position, e non accenna a rallentare. Dalle sue griglie di partenza, ogni anno, escono i più begli esemplari di accordeon, progettati su misura per i grandi nomi della scena musicale. Da Sting a Goran Bregovic a Vinicio Capossela, perfino i Rolling Stones pare abbiano acquistato per la loro collezione un modello from Stradella, tutto intarsiato in madreperla e decorato con foglie d'oro. Costo: 23 mila euro. Uno sproposito, verrebbe da dire, ma basta vedere il lavoro che ci sta dietro per capire che quei soldi li vale tutti. Costruire fisarmoniche è un mestiere da certosini, che richiede tempo, orecchio e una precisione a dir poco maniacale. Qui nell'Oltrepò ci sono abituati, e anche quando la Cina qualche anno fa si è messa a far concorrenza cogli strumenti prodotti in serie, loro non hanno battuto ciglio, continuando (contro ogni legge del mercato) a sfornare i modelli artigianalmente. Oggi sono una decina le aziende produttrici, e almeno una ventina i piccoli laboratori di accordatori, ma fino agli '50 se ne contavano ben più di sessanta. Il merito, è tutto di Mariano Dallapè, «l'uomo del mantice» lo chiamavano, colui che ha portato la fisarmonica in Italia nel lontano 1871. In realtà, il primo brevetto di accordeon fu depositato a Vienna nel 1829 dal costruttore di organi e pianoforti Cyrill Demian. Ma cosa ne poteva sapere un ragazzo di campagna come Mariano delle invenzioni austriache? Lui era cresciuto povero, lontano dalla città. A diciott'anni se n'era andato a Genova a cercar fortuna, ma era tornato a Stradella dopo solo sei anni, sconfitto e con una gamba di meno. Mentre lavorava come minatore fuochista, infatti, lo scoppio di una mina gli aveva squarciato l'arto. Con una gamba di legno, Mariano non poteva certo continuare quel mestiere, ma neppure mettersi a fare il contadino. Così, decide di dedicarsi alla sua passione, la musica. Col suo organetto comincia a girare il Bel Paese, di cascina in osteria, soffermandosi a strimpellare le note di un valzer o di una mazurca (che gli vengono pagate con una fetta di polenta e un bicchiere di vino). Un bel giorno il suo fedele organetto si guasta, e nel tentativo di ripararlo riesce a capirne anche il funzionamento. Non solo lo aggiusta, ma raddoppia le possibilità sonore: se prima emetteva il suono solo in chiusura di mantice, ora può farlo anche in apertura. Mariano comincia allora a modificare gli organetti degli amici, poi ne costruisce di nuovi e alla fine arrivano i clienti, e i soldi. Le commissioni fioccano da tutte le parti e nel 1876 decide di aprire una fabbrica: la Dallapè. «È partito con 2 operai - spiega Fabio Dallapè, pronipote e attuale presidente dell'azienda stradellina - per arrivare a più di 300, e una produzione da far invidia a chiunque».
Perfino quella divina accordeniste di Edith Piaf contava nella sua collezione un modello Dallapè. E non era la sola. «Nel 1942 il cappellano militare di Papa Pacelli ne ha voluta una da suonare durante la messa, e qualche anno dopo si è fatto vivo uno "scagnozzo" di Stalin, che era titubante se scegliere una Dallapè o una Maga, l'altra grande azienda rivale». Mariano aveva dato il "la". Dopo pochi anni i migliori operai della fabbrica si staccano, mettendosi in proprio. Le industrie cominciano a fiorire un po' ovunque sul territorio e vendono in tutto il mondo: agli emigranti italiani in Argentina e Usa, ai russi, ai francesi, ai gitani che si presentano con la mazzetta di soldi in tasca per fare un regalo al capo clan. Il nome di Stradella si diffonde a macchia d'olio e il commercio è sempre più fiorente. Poi arrivano gli anni '50, la beat generation, il rock'n'roll; cambiano i gusti musicali ed è il lento declino: le aziende cominciano a chiudere. «Siamo rimasti in pochi - spiega Carlo Aguzzi, che da trent'anni ripara fisarmoniche - ma resistiamo, puntando sulla qualità. Per costruire artigianalmente un accordeon ci vuole almeno un mese, ma è sempre meglio pochi pezzi e buoni. Il nostro commercio oggi è al 90% all'estero: paesi dell'est europeo, Australia, Giappone, Usa e Sud America».