L’impero colpisce ancora con la "democrazia religiosa"

Gli intellettuali islamici vorrebbero "modernizzare" la società
sottraendo la fede al controllo dello Stato. Ma è solo uno dei tanti
paradossi della potenza asiatica. Robert Fisk la definisce una "neocrazia governata da e per i morti"

Shiraz - La tomba di Hafez sta in un giardino nascosto del Golestan boulevard. Sotto una cupola ottagonale, la pietra in marmo bianco porta incisi i suoi versi. Al tramonto un fascio di luce la illumina e un altoparlante diffonde nell’aria le sue poesie trasformate in canzoni. I ragazzi e le ragazze portano fiori, fanno voti e si affidano a quei versi come fossero oracoli: «È un errore fidarsi del tempo che corre / per quale motivo la gioia dell’oggi gettare al domani?». Nato nel 1300, più o meno quando da noi moriva Dante, a distanza di secoli Hafez gode della popolarità di una rockstar. In persiano il suo nome significa «colui che conosce il Corano con il cuore», ovvero a memoria...

La tomba di Ciro il Grande è a Pasagarde, nella Pianura di Morghab, mezz’ora di macchina da Persepoli, poco più del doppio da Shiraz. Sei gradini di pietra introducono a una camera mortuaria di tre metri per due, modesta e austera. Nel 549 a. C. aveva creato un impero, il più grande mai visto sino ad allora, che dalle coste orientali dell’Egeo arrivava alle rive del fiume Indo. Due secoli dopo, quando Alessandro Magno sbaragliò le armate superstiti di Dario III e mise fine al potere achemenide fondato da Ciro, la sua furia distruttrice si fermò reverente davanti all’epigrafe che ornava quel semplice mausoleo: «O uomo, io sono Ciro, il figlio di Cambise. Fondai l’Impero persiano e fui re dell’Asia. Non invidiarmi dunque questo monumento». Il rispetto, nutrito di simboli politici e personali, del conquistatore macedone si trasformerà nel Novecento nella caricatura di uno scià che, impegnato a festeggiare i 2.500 anni di un impero quantomeno arbitrario nelle date, di fronte a quella tomba esclama: «Grande Re dei Re, io, Re dei Re dell’Iran, ti offro il mio saluto. Riposa in pace, veglieremo sempre su di te».

Otto anni dopo era già in fuga da Teheran e l’immagine più malinconica e più veritiera di ciò che fu la dinastia Pahlavi (nella foto in alto, lo Scià Reza Pahlavi) è davanti a quella che ne era la residenza estiva nella capitale, il cosiddetto Palazzo Bianco. Consiste in un paio di stivali di bronzo, alti oltre due metri, tutto ciò che resta della gigantesca statua che immortalava il suo ultimo rappresentante. Negli anni Sessanta lo scià aveva minacciato di andare a Qom e prendere a calci gli ayatollah riottosi al suo volere, come già aveva fatto, trent’anni prima, l’augusto genitore. «Gli stivali di tuo padre sono troppo grandi per i tuoi piedi» aveva replicato Khomeini (nella foto piccola in basso). In questo era stato buon profeta.

Ci sono molti modi per cercare di comprendere l’Iran. Nel suo Cronache mediorientali (Il Saggiatore) Robert Fisk definisce il regime al governo «una necrocrazia: governata da e per i morti». In Empire of the Mind (Penguin), Michael Axworthy si interroga dubbioso intorno all’idea di una eredità culturale al di là delle contingenze storiche, una sorta di impero della mente, dell’intelletto e della memoria capace di un amalgama superiore alle strettoie del nazionalismo e della fede religiosa. In quello che è il miglior libro italiano uscito in materia, Il turbante e la corona (Tropea) di Alberto Negri, l’autore stabilisce una continuità fra passato e presente, fra il regime dello scià e quello degli ayatollah, in nome del petrolio quale garante «del controllo oligarchico di un’élite clericale, rafforzando il ruolo dello Stato come distributore di assistenze e sussidi, ma anche come agente di repressione». Ryszard Kapuscinski chiuse il suo Sha-in Sha, scritto a ridosso della rivoluzione, con la struggente metafora raccontatagli da un fabbricante di tappeti: «Quel che ha permesso ai persiani di restare persiani malgrado tante guerre, invasioni, occupazioni, è stata la nostra forza spirituale, non quella materiale; la nostra poesia, non la tecnica; la nostra religione, non le fabbriche. Che cosa abbiamo dato al mondo? La poesia, la miniatura e il tappeto. Come vede, tutte cose inutili dal punto di vista produttivo. Ma attraverso di esse ci siamo espressi. Abbiamo dato al mondo questa meravigliosa e irripetibile inutilità».

Eppure, come ricordò un politico arabo ai tempi del conflitto Irak-Iran, «la realizzazione di un tappeto richiede il lavoro di dozzine di persone e dieci anni di tempo. Un popolo che impiega anni per fabbricare un solo tappeto è capace di aspettare molti più anni per vincere una guerra. Non prendete alla leggera la pazienza e la perseveranza degli iraniani». Si deve alla «tecnica del tappeto» la ricostruzione degli oltre duemila documenti segreti distrutti dagli americani nell’ambasciata di Teheran...

La scommessa perduta dello scià fu il tentativo di modernizzazione forzata del Paese attingendo come legittimazione a un passato mitico pre-islamico di cui le imponenti rovine di Persepoli erano - e sono - testimonianza irripetibile e quindi inutilizzabile. Fu giocata puntando su una follia di grandezza che nei già ricordati festeggiamenti per il supposto bimillenarismo della monarchia iraniana, toccò il suo vertice più assurdo e più sgradevole: servitori e figuranti vestiti come antichi Medi, il banchetto per gli oltre sessanta fra capi di Stato e monarchi presenti, le rispettive rappresentanze e i restanti invitati, arrivato direttamente in volo dal Maxim’s di Parigi, compresi 165 fra cuochi, sommelier e camerieri, la lussuosa tendopoli a forma di stella a cinque punte montata per ospitarli, un fiume di vino e di champagne, sfilate allegoriche, coreografie e fuochi artificiali. L’unico a essere tenuto in disparte, non invitato, era il popolo iraniano.

La scommessa vinta di Khomeini fu giocata contro la tradizione, fu giacobina e non medievale, pragmatica nel suo primato del Politico sul teologico, la rivoluzione che prevale sulla rivelazione, che non attende il ritorno dell’Imam nascosto, ma ne esercita temporaneamente le funzioni. La guerra contro l’Iran la cementò ulteriormente, in una logica dove gli elementi nazionali e patriottici ricordavano più la difesa del «sacro suolo» che non una crociata. Il resto lo fece un regime ortodosso, un potere arbitrario, la subordinazione dei diritti civili alla «sicurezza nazionale»...

La scommessa in corso è quella che in L’Iran e il tempo (Jouvence editore), una raccolta di saggi sulla complessità sociale del Paese, il suo curatore Alessandro Cancian definisce giustamente «la sfida della democrazia religiosa», ennesimo e al momento ultimo paradosso fra i tanti che caratterizzano questo Paese. La repubblica islamica si trova a gestire una società tra le più secolarizzate della regione e, anzi, promuove sub specie islamica politiche di aperta modernizzazione e secolarizzazione. Il paradosso consiste nel fatto che molti intellettuali religiosi, tacciati di liberalismo o secolarismo, motivano le proprie posizioni, che politicamente conducono nella direzione di una desacralizzazione delle istituzioni politiche, con la necessità di salvare la religione nel Paese, sottrarla «alla tutela ufficiale degli apparati dello Stato, liberare le energie ermeneutiche che furono il miglior lascito di secoli di tradizione scolastica sciita. Si tratta, in altri termini, non già di portare l’Iran nell’indefinita nebulosa della categoria di "Occidente", bensì di prendere atto della realtà delle cose e salvare quello che si può salvare».

Meno spettacolare di Isfahan, penalizzata per molti versi dalla sua vicinanza con i resti imperiali di Persepoli, Shiraz è una città di giardini segreti e nascosti. Bagh-e Eram, il giardino del Paradiso, ospita la locale università, Bagh-e Naranjestan, il Giardino degli aranci, il Museo di storia e il padiglione ottocentesco Ghavam, bagliore di specchi e raffinati intarsi in legno, Bagh-e Jahan Nema, il giardino omonimo che profuma di rose. Tra fiori, alberi, piante e laghetti artificiali è la tomba di un altro grande poeta, Saadi, e paradiso viene dal persiano pairi daeza, il giardino cintato in altezza...
Nella cittadella di Karim Khan che fronteggia il bazar e la città vecchia, una mostra fotografica racconta la Shiraz a cavallo fra Otto e Novecento: strade polverose, cavalli e tende, le prime macchine, case da tè, mullah e viaggiatori, bambini dagli occhi grandi e donne velate. «Sembra non sia cambiato niente» mi dice Hossein, la mia guida, «eppure è cambiato tutto. Siamo una nazione antichissima per storia e ora molto giovane nei suoi abitanti. Bisogna che voi occidentali abbiate pazienza, almeno quanta ne abbiamo noi verso noi stessi». È un modo come un altro per dire che la democrazia non è un pacco-dono, faccio io. Lui sorride, e poi si fa serio. «Sì, ma nemmeno un pacco-bomba».