L’impero dei sensi nel «Gengis» di Alberto Bevilacqua

Il confronto fra i poli umani della vicenda, il potente arrogante e l’intellettuale tormentato, è il meglio del libro

Forse è una coincidenza, ma il nome Tommaso sembra diventato d’obbligo per designare il protagonista di libri aspri e animati da una forte esigenza morale, quali Una vita violenta di Pasolini e ora Il Gengis di Alberto Bevilacqua (Einaudi, pagg. 225, euro 17). Un’altra curiosità: fatte le dovute proporzioni, al romanzo di Bevilacqua sta accadendo la stessa sorte del Satyricon del narratore latino Petronio Arbitro, che molti vollero, e ancora oggi vogliono, considerare - relativamente alla famosa «Cena di Trimalcione» - una satira dell’imperatore Nerone e della sua corte; ora, infatti, questo libro, d’indubbio intento anche satirico (ma non solo), si vorrebbe intendere come una satira politico-civile riferibile soprattutto all’attuale Presidente del Consiglio. Non so se questo sia vero, e corrisponda all’intenzione dell’autore. Ma ciò non interessa, almeno in questa sede. Quello che qui importa è giudicare la validità o meno di un testo letterario, il quale senza alcun dubbio è lo spietato ritratto di una società dominata, sotto le apparenze della democrazia liberale, da personalità investite del supremo potere, anche mediatico, e della «missione» di esercitarlo senza alcuno scrupolo, e anzi con una volontà cinicamente compiaciuta di dominare la comunità civile e i singoli cittadini fino a tentare di espropriarli non solo della loro individualità, ma anche dei loro pensieri e affetti più cari. In che misura Bevilacqua è riuscito a trasformare questo «impegno» in buona letteratura? Devo dire in primo luogo che il suo testo rivela una professionalità e una esuberanza fantastica considerevoli, che del resto ormai conosciamo da tempo. Tuttavia i molti pregi di questo avvincente e a momenti emozionante romanzo, ne costituiscono al tempo stesso i difetti. Ad esempio: i due poli umanamente opposti della vicenda, il Gengis, cioè il potere più spregiudicatamente violento, e Tommaso, l’intellettuale e vignettista tormentato dal proprio problematicismo affettivo e da una debolezza cronica di «potere socialmente contrattuale», che tuttavia riesce infine a irrigidirsi in una ferrea e persino astuta volontà di rivincita, sono tratteggiate con notevole vigore di affabulazione, ma hanno a volte - e fortunatamente non spesso - la consistenza di una programmazione metaforica, più che della carnalità delle persone reali. Inoltre, in un testo narrativo nel quale i dialoghi hanno un indiscutibile fascino argomentativo, e uno spazio editoriale considerevole, essi in certi passaggi di alto livello linguistico, possono suscitare nel lettore il sospetto che l’autore presti loro la propria competenza dialettica, più che adattarli alla natura e alla «cultura» dei singoli personaggi. Su tale sfondo, la figura meglio riuscita dell’intero romanzo, cioè la più ricca di sfumature e apparenti contraddizioni, fino a una suggestiva indecifrabilità, è Pupe, la sensuale ma sottilmente e intellettualmente perfida moglie di Tommaso, divenuta poi amante e aspirante moglie del Gengis. Ma la conclusione del romanzo è perfetta, e diventa una sorta di smagata, disperata e tuttavia calma riconciliazione collettiva all’insegna di una effimera catarsi, la «stanchezza» di recitare ostinatamente sempre la stessa parte nella tragicommedia della vita. E anche per ciò la figura di Pupe è la più efficace e originale della vicenda, giacché lei, di parti, ne recita più d’una.