L’impero di Papa Giuliano I

La splendida Afef si candida con Mastella per «meticciare il Parlamento» e Giuliano Ferrara rivela: «Ho trovato la soluzione alla questione del meticciato: l'impero». Che scenario promettente: Afef in Parlamento per «il Campanile» di Mastella e il mondo si trasforma in un Impero. Negli scampoli di chiacchiere da ombrellone, mentre ci si interroga su Bonolis e la Ventura, abbiamo trovato pure la soluzione - semplice e a portata di mano - per tutti i nostri problemi. Eppure Giuliano (l'Apostolo, non l'Apostata) lo sa: c'è già stato un tale che 70 anni fa ha avuto l'idea (disastrosa) di rifare l'Impero e pure meticciato con la «bella abissina». Tanto per dire che l'idea (non troppo originale) è fattibile. Però porta male a giudicare dalla fine di quel Tizio del balcone.
Neanche l'idea dell'Impero cristiano è nuovissima: è nata a Saxa Rubra (sì, proprio lì) dove Costantino, nell'ottobre del 312, vide nel cielo il segno (il monogramma di Cristo) con cui vincere contro Massenzio. Ferrara forse è rimasto suggestionato dalla bella mostra riminese su Costantino. Vuole provare a rifare l'Impero ripartendo da Saxa, magari occupando gli studi Rai? Che bello! Ci sto. Ma forse è meglio Cinecittà: ci sono già scenografie di cartapesta...
Naturalmente Giulianone è un gran cervello e non fa discorsi a capocchia. Anche sotto le chiacchiere snob e autoironiche parla di cose serie. E in questo caso la cosa seria sono gli Stati Uniti. Perché alla fine Ferrara un impero vero lo trova. E anche esemplare: «L'America, che ha una carica religiosa molto forte ed è insieme maestra di meticciato». Verissimo. Ma anche qui nulla di nuovo sotto il sole. Resta la domanda: per il resto del mondo quale sarebbe l'idea di Ferrara? Risposta: «Un sistema chiaro di comando del mondo, in cui comando è autorità e anche responsabilità».
Ma certo, come abbiamo fatto a non pensarci prima. In effetti la soluzione è semplice e a portata di mano, non è vero?
E passiamo agli strumenti. Qui Giuliano prevede un ruolo decisivo per il Cristianesimo. Il mio amico direttore del Foglio è un geniaccio, ma mi chiedo come gli sia venuta in testa la seguente assurdità: «Non c'è impero autorevole e durevole senza la distinzione, creduta e praticata pubblicamente, tra città terrena e città celeste. Quindi dobbiamo prenderci anche la religione, la vera religione, l'unica che questa distinzione abbia elaborato teologicamente, il cristianesimo».
Posso fornire a Ferrara - ma la conosce benissimo da solo - la lunga lista di imperi che, dalla più remota antichità, a tutte le latitudini sono stati «autorevoli e durevoli» senza il cristianesimo, anzi con un'ideologia proprio opposta, cioè «divinizzando» il potere terreno. Imperi feroci, disumani, ma durevoli e anche grandi costruttori.
In secondo luogo lo avverto che il cattolico troverà blasfema questa degradazione del cristianesimo a cemento di un ordine sociale e civile. Certo, anche qui nulla di nuovo: sono idee di due secoli fa e che portano da Hegel a Gioberti e Gentile. Su quella confusione fra civiltà e cristianesimo, finirono per affermare che non la regina Elisabetta, bensì Cristo stesso fu il fondatore della (famelica) Compagnia delle Indie (la quale, com'è noto, era una società per azioni, non una società per «buone azioni»).
Sono proprio i cattolici a inorridire di un'idea simile e a chiedere invece laicità. È stato un cattolico tradizionalista come Romano Amerio a definire «cristianesimo secondario» questo «errore germogliato nel secolo XIX». Infatti «l'Ottocento considerò il Cristianesimo come il sistema supremo dei valori umani, ma gli disconobbe in pari tempo il carattere trascendente e soprannaturale. Riconobbe l'incarnazione del Verbo, ma il suo Verbo era la Ragione hegeliana che si rivela nel divenire storico».
Ora, «chi nega il soprannaturale del Cristianesimo, cioè l'operazione di Dio nell'anima mediante la grazia, e il fine soprannaturale dell'uomo, quando pure ammetta l'eccellenza della religione, ne leva di mezzo l'essenza per farne un mezzo del mondo».
Siamo quasi vicini all'Anticristo. Amerio conclude: «Si loda meritatamente il Cristianesimo per tutti gli effetti che sono certi suoi... però grave errore sarebbe identificarlo con tali effetti che sono il meno della sua efficacia, che son mondani e che possono nascere da altre cause. La Chiesa è per sé santificatrice e non incivilitrice e la sua azione ha per oggetto immediato la persona e non la società».
È proprio questo che spiega la scelta di Ratzinger di chiamarsi Benedetto, nome che evoca i monaci nelle invasioni barbariche del primo millennio. Il filosofo Alasdair McIntyre scrive a proposito dei benedettini: «Un punto di svolta decisivo in quella storia più antica si ebbe quando uomini e donne di buona volontà si distolsero dal compito di puntellare l'imperium romano e smisero di identificare la continuazione della civiltà e della comunità morale con la conservazione di tale imperium. Il compito che invece si prefissero (spesso senza rendersi conto) fu la costruzione di nuove forme di comunità».
E così salvarono - indirettamente - anche la civiltà dalla barbarie e dall'oscurità incipienti. Forse Ratzinger direbbe - più precisamente - che il compito che si prefissero fu di aiutarsi, nella comunità, ad adorare Cristo e, in Lui, amare la verità e la bellezza dovunque brillassero.
È positivo che ai vecchi laici di tipo scalfariano o comunista, sprezzanti e superficiali, succedano laici come Ferrara (ma anche come la Fallaci) che sanno riconoscere la grandezza (civile e culturale) del Cristianesimo. Non mi azzardo neanche a chiedergli per questo di diventare figlio della Chiesa (la Grazia ha le sue vie misteriose), ma gli chiedo almeno di non discettare da Padre della Chiesa (come ha fatto, per esempio, a Rimini, con acrobatiche equazioni che forse don Stefano Alberto, ottimo teologo, avrebbe dovuto correggere).
È facile capire l'origine di tante «provocazioni» ferrariane: la noia. Lo notava già Bernanos: «Il mondo è divorato dalla noia. Bisogna rifletterci sopra, non si sente subito. È una specie di polvere. Andate e venite senza vederla. La respirate, la mangiate, questa noia, la bevete. È così tenue, così sottile che sotto i denti nemmeno si avverte. Eppure se voi sostate un momento, vi copre subito il volto e le mani. Perciò dovete agitarvi senza sosta, per scuotere questa pioggia impalpabile di cenere. È solo per questo che il mondo s'agita molto».
È per questo che s'ingaggiano anche dispute sanguinose e polemiche furibonde, in fondo infischiandosene del loro contenuto. Perfino su Gesù Cristo. Che però non è uno dei tanti argomenti con cui sfuggire la noia, ma accampa l'inaudita pretesa di essere l'unica, vera risposta durevole al male di vivere. Ferrara lo sa. E come tutti ne è incuriosito e spaventato, perciò gli gira attorno. Il grande Maurice Clavel, famoso intellettuale parigino, con Camus nella Resistenza e nel giornale clandestino Combat, dopo il Sessantotto tra i fondatori di Liberation, padre nobile dei «nouveax philosophes», si convertì al cattolicesimo quando «il pensiero non ce l'ha più fatta e le cose scritte avevano perso ogni consistenza», perché, disse, «a partire dal mio niente Dio si è manifestato». Aggiunse che alla fine: «Bisogna essere capaci di infilarsi nel confessionale. Perché siamo peccatori». E questo perdono, questa rinascita è l'impero della Grazia, l'unico, vero impero di Cristo. Ed è bellissimo e durevole.
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