L’importanza di chiamarsi Cutolo

Marcello D’Orta

Fino a tutti gli anni Sessanta, dire «Cutolo», equivaleva a dire cultura. Il Cutolo in questione era il professor Alessandro, napoletanissimo e plurilaureato, che dal 1954 al 1968 condusse la rubrica televisiva «Una risposta per voi». Cutolo era un pozzo di scienza e di esperienze, se mi concedete l’espressione, avendo viaggiato il mondo dal Polo Nord al Polo Sud. La trasmissione divenne un fenomeno popolare; il professore riceveva duecento lettere al giorno, nelle quali i telespettatori chiedevano le più disparate informazioni. Lui, garofano all’occhiello, spiccato accento partenopeo e propensione all’ironia e alla battuta, rispondeva a tutti con competenza e chiarezza. Morì quasi centenario.
A partire dagli anni Ottanta, dire «Cutolo» ha significato ben altra cosa. Ha significato camorra e morti ammazzati. Basti pensare che la faida di Secondigliano tra i cosiddetti «scissionisti» e gli affiliati al clan Di Lauro, ha lasciato sul campo, nel 2004, «solo» 134 morti, mentre la guerra fra Raffaele Cutolo e la Nuova Famiglia fece registrare 235 morti ammazzati nel 1981 e 265 nel 1982.
Nei giorni scorsi, i quotidiani nazionali si sono occupati del «caso Cutolo», ossia della richiesta del boss di ottenere la grazia da Ciampi. A tale proposito sono stati intervistati magistrati, politici, e uomini di chiesa. La domanda era: «È giusto o no accordare la grazia a un uomo condannato a tre ergastoli e che ha sulla coscienza centinaia di vite umane?».
Tutti sono andati cauti nel prendere posizione, credo anche perché il nome Cutolo incute sempre soggezione; l’unico a dichiararsi favorevole alla scarcerazione è stato il vescovo di Caserta Raffaele Nogaro, cui si deve, in qual certo senso, la conversione del camorrista. Egli sostiene che il pregiudicato ha sì «commesso reati gravi» ma «è in carcere da più di quarant’anni, una vita ormai» e che «il carcere, oltre un certo limite, diventa una punizione inutile, una forma di coercizione fisica e morale intollerabile».
Anch’io mi auguro che l’ex capo della Nco (Nuova camorra organizzata) sia restituito alla libertà, perché è vecchio e ammalato, e credo che il suo debito verso la società lo abbia pagato (quello verso Dio è un altro discorso: ma qui, per lui come per me, non azzardo previsioni), però a condizione che rinneghi questa sua dichiarazione: «Vogliono che mi penta ma io mi pentirò solo davanti a Dio».
Cutolo era chiamato il «Vangelo» per il suo carisma, ma proprio in Luca si legge il racconto del figliuol prodigo, che è una storia di perdono, sì, ma anche di scuse. Il giovane torna dal vecchio genitore non solo perché ha dissipato tutti i suoi averi, ma anche perché è amaramente pentito di ciò che ha fatto: «Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Notate che egli afferma di aver peccato non solo «contro il Cielo» ma anche «contro di te», vale a dire non solo contro la potestà divina ma anche contro la potestà terrena.
Nella vicenda di Cutolo, la potestà terrena è lo Stato, ovvero la comunità, e io credo che il presidente Ciampi - che questa comunità rappresenta - non possa (non debba) concedere la grazia fino a quando dalle labbra (e si spera dal cuore) del camorrista non escano parole di scusa anche verso la società. Allora sì che il capo dello Stato dovrebbe dire a ognuno di noi: «Presto, portate qui il vestito più bello e rivestitelo, mettetegli l’anello al dito e i calzari ai piedi (…) perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato».
Signor Cutolo, che lei possa essere ricordato come «Vangelo» per ben altre virtù.