L’importanza di chiamarsi Milano

Si può dire che l’Expo 2015 è una vittoria del sistema-Milano senza offendere il resto d’Italia, senza rischiare accuse di vilipendio alla bandiera, di attentato all’unità nazionale o più semplicemente di celodurismo leghista? Noi speriamo di sì, speriamo che sia possibile ragionare in modo pacato sulla particolarità che Milano, e la Lombardia più in generale, hanno mostrato e continuano a mostrare all’interno del sistema-Italia.
Non si tratta di voler mettere un cappello politico sull’assegnazione dell’Expo. In parole più semplici: non si tratta di sostenere che, siccome Milano e la Lombardia sono governate dal centrodestra, questa è una vittoria del centrodestra. Già fin troppi hanno cercato di rivendicare il merito del successo, e sarebbe ora di mettere fine a una discussione che non ci sta facendo fare bella figura. A Berlusconi sono state attribuite dichiarazioni anti-Prodi che il leader del Pdl ha poi smentito. Dall’altra parte, diversi esponenti del governo hanno fatto credere che l’assegnazione dell’Expo a Milano fosse soprattutto merito di questo esecutivo, peraltro in liquidazione e quindi con tutti i limiti che sappiamo. In questa contesa un paio di punti fermi ci sono senz’altro: 1) non c’è dubbio che il governo abbia fatto la sua parte, la stessa Letizia Moratti ha riconosciuto pubblicamente l’impegno di Prodi; anche altri esponenti dell’esecutivo, in particolare Emma Bonino e Bobo Craxi, si sono spesi senza riserve; 2) innegabile è anche l’impegno del leader dell’opposizione, che poi a Milano è di casa, e di affari ha una certa esperienza: Berlusconi ha messo al servizio della causa-Expo tutti i suoi contatti internazionali, ha scritto una lettera a una quindicina di capi di Stato, ha trattato con Putin, non ha mollato il colpo fino agli ultimi giorni, quando ha telefonato al premier tunisino e all’ex premier thailandese.
Insomma tutta la politica ha fatto la sua parte, e quando si dice «tutta la politica» si intende «tutta l’Italia». Che sia una vittoria italiana, insomma, non c’è dubbio. Ci sta, dunque, anche che D’Alema dica, come ha detto ieri, che «è un successo del sistema Italia». Ma ci sta anche che si possa far presente la particolarità di Milano.
Milano ha vinto anche e soprattutto perché è Milano. Per la sua storia, per il credito che ha nel mondo, per la fiducia che riscuote. Molte altre città e regioni d’Italia ci danno prestigio all’estero per varie ragioni: ma per ospitare l’Expo, Milano è la città che ha le carte maggiormente in regola.
Per farci capire e per sgomberare il campo da sospetti che non avrebbero fondamento, citiamo quel che ha detto ieri una donna di sinistra e del Sud, Anna Finocchiaro, candidata alla presidenza della Regione Sicilia per il Pd: «Sono contenta per Milano e sono convinta che si possa lavorare perché in futuro l’Expo possa approdare in Sicilia. Ma perché ciò accada è necessario creare nell’isola condizioni di crescita e sviluppo e di credibilità delle classi dirigenti». Poi la Finocchiaro ha scaricato solo sulla destra le responsabilità della mancata crescita della Sicilia, mentre invece certi guasti sono ben più antichi, ma non è questo il punto. Il punto è che Milano e la Lombardia le condizioni di crescita, di sviluppo e di credibilità della classe politica ce le hanno, e all’estero sono ben note. Milano è un modello per il suo spirito di sempre, ma anche per la collaborazione tra pubblico e privato e per quell’unità di fondo che maggioranza e opposizione hanno dimostrato quando si è trattato di conseguire un bene comune: è successo per l’Expo ed è successo pure per la questione sicurezza, che ha visto un sindaco di centrodestra e un presidente della Provincia di centrosinistra uniti nel chiedere più risorse al governo di Roma.
Qualche giorno fa il britannico Independent ha messo in prima pagina rifiuti, mozzarelle alla diossina e mafia per confezionare il solito servizio anti-Italia. Poco tempo prima, il Financial Times aveva definito la nostra classe politica «la peggiore d’Europa». Alla fine dell’anno scorso era stato il New York Times a parlare dell’Italia come di «un Paese fermo». Ora con l’Expo, per una volta, all’estero ci hanno premiato. Sarebbe ingiusto non riconoscere che, tra tante realtà negative che esportiamo, ce n’è almeno una, quella del sistema-Milano, che non ci fa vergognare di essere italiani, anzi.
Michele Brambilla