L’importanza di premiare la stabilità

Egidio Sterpa

Mancano esattamente 47 giorni al voto del 9 e 10 aprile prossimo. Non sono molti, ma abbastanza per elettori che razionalmente vogliano riflettere sul peso che avranno le loro scelte per le sorti del Paese. A un normale cittadino, che non sia condizionato da ideologie o sentimenti viscerali, non può sfuggire l’importanza dell’avvenimento. Sarà la decisione individuale e collettiva più difficile e decisiva di tutta la storia della Repubblica, pari forse a quella del 1948.
È in gioco la prospettiva di creare equilibri politici che garantiscano governabilità ai fini del progresso economico e sociale del Paese, agganciandolo solidamente al mondo occidentale e ne esaltino la capacità di interlocutore affidabile e autorevole nel contesto internazionale.
Detto senza retorica, occorre porre fine alla lunga transizione del nostro sistema politico, che all’inizio degli anni Novanta è succeduta a quella che, nonostante tutto, è stata una quarantennale fase positiva. La tormentata e confusa transizione, nella quale siamo ancora immersi, ha visto la scomparsa di storiche culture politiche, il dissesto di istituzioni fondamentali, lo scollamento di poteri tradizionali, primo fra tutti quello della Giustizia, straordinariamente screditati quasi tutti perché in conflitto tra loro.
L’Italia ha bisogno di una nuova e stabile fase politica e istituzionale, da costruire con pazienza, rigore e forte determinazione. La cosiddetta Seconda Repubblica, tanto enfatizzata a fini di parte, è stata un fallimento. È a pezzi per mancanza innanzitutto di un collante culturale. La sua crisi non la si affronta certo con compromessi e aggiustamenti. C’è bisogno di un abbrivo vigoroso, capace di suscitare speranze, di cui purtroppo c’è totale assenza a causa delle troppe disillusioni patite. Occorre riportare ragione nelle riflessioni degli elettori ma anche immaginazione e sogni.
Ed ecco il punto: a chi tocca la ricostruzione del sistema-Paese? Chi possiede cultura politica, convinzioni, capacità progettuale e credibilità per ricevere dagli elettori una delega di così grande valore storico? Parliamone con animo liberale, tesi non al prevalere della parte politica in cui ciascuno di noi è collocato, ma preoccupati delle conseguenze che può produrre una scelta sbagliata. Ne va del futuro delle giovani generazioni, verso le quali le nostre, mature, sperimentate e anche responsabili di errori, hanno grandi doveri morali.
Scriviamo queste note con le convinzioni e gli intenti onesti della nostra storia personale e politica. Pur collocati coscienziosamente sulla sponda opposta alla sinistra, non avremmo remore a porci da parte e lasciare libero il passaggio ad un regime che si presentasse più adeguato agli interessi generali del Paese. Francamente - lo diciamo soprattutto ad amici, che pur collocati sulla sponda opposta alla nostra stimiamo e che spesso ci danno la loro attenzione e considerazione - non riusciamo a vedere l’utilità e il vantaggio di un passaggio di mano nella direzione politica del Paese.
La perfezione non è neppure a destra, d’accordo, ma la sinistra oggi è di sicuro la più sconclusionata coalizione di questo frangente politico. Non ha né valori comuni né solidarietà progettuale, vi è pressoché inesistente una tendenza associazionistica, solo sentimento di appartenenza, è il viscerale antiberlusconismo, che si accompagna in taluni casi ad un desiderio smodato di potere. Una coalizione in cui, brancaleonescamente, stanno insieme fazioni con radici diverse e addirittura divergenti, talune inclini quasi fisiologicamente al settarismo e all’intolleranza. Un ginepraio di ideologie contrastanti, la cui prospettiva prevedibile è una confusione culturale e sociale, che fatalmente si tradurrà in disordine economico e politico.
Cosa ne farà del potere una simile coalizione? Viene in mente la telefonata che nel novembre del 1947 Togliatti fece a Giancarlo Pajetta, che aveva occupato la Prefettura di Milano. «E adesso che ne fai?», disse il Migliore, che senso dello Stato ne aveva. Chi farà notare a Prodi il pasticcio di cui sta mettendosi a capo?
Le contraddizioni e le contrapposizioni sono negli stessi protagonisti più evidenti di questa coalizione: Bertinotti, che pure è sempre il più serio, Diliberto, Pecoraro Scanio, Caruso «disubbidiente» indecifrabile persino per l’ex latitante Scalzone, professorini inspiegabili come Ferrando e «Pancho» Pardi. E ce ne sarebbero ben altri da citare. Ci limiteremo appena a ricordare il dissenso su Pacs e politica scolastica tra Rutelli, Bonino e Boselli, tra la Bresso, Chiamparino e Prodi sulla Tav, tra Prodi e Illy sul programma.
A mettere in sordina tanto scompiglio, a nascondere l’inconsistenza della disunitissima Unione può bastare la satira su Berlusconi, sono sufficienti le tesi del «Tempo scaduto» di Luca Ricolfi (che pure a denti stretti su La Stampa è stato costretto ad ammettere che il Cavaliere «ha fatto molto di più di quanto gli italiani siano disposti a riconoscergli») basta infine chiamare smisuratamente «disastro» gli ultimi cinque anni di governo? Affidiamoci al giudizio di un liberale come Piero Ostellino che sul Corriere ha scritto: «Passerà ancora tanta acqua sotto i ponti della politica prima che la nostra sinistra abbia i colori di quelle riformiste e liberali del resto del mondo».
Lo chiedo al mio amico liberale Zanone, che soprattutto in nome del suo «antifascismo democratico» va a collocarsi a sinistra. Sì, come si fa a chiudere gli occhi e consegnarsi ad una simile incognita?