L’impossibile eredità di Miglio, pensatore scomodo per tutti

A dieci anni dalla scomparsa - morì il 10 agosto del 2001, a 83 anni - Gianfranco Miglio torna al centro dell’attenzione, ma pochi sembrano in grado di accogliere il suo insegnamento. L’imminente pubblicazione di due volumi che riproducono i corsi che egli tenne nelle aule dell’università Cattolica (Lezioni di politica, il Mulino) obbligherà a confrontarsi con una prospettiva teorica di notevole originalità, ma non si vede chi possa intendere davvero il senso di quelle riflessioni spesso sorprendenti, che offrono pure interessanti chiavi di lettura della crisi epocale che stiamo attraversando.
Curati da Davide G. Bianchi e Alessandro Vitale, i due tomi presentano i corsi universitari di Storia delle dottrine politiche (1974-75 e 1975-76) e Scienza della politica (1981-82); e il secondo libro, in particolare, offre il nucleo di quel trattato che, nelle intenzioni dell'autore, si sarebbe dovuto intitolare Lezioni di politica pura.
Preside per molti anni della facoltà di Scienze politiche nell’università fondata da padre Gemelli, sebbene si sia formato in Cattolica e lì abbia insegnato tutta la vita, Miglio non è mai stato in sintonia con il mondo democratico-cristiano. Con qualche rara eccezione (taluni legami con Comunione e liberazione, ad esempio), gli ambienti politici e culturali del cattolicesimo italiano hanno sempre mostrato diffidenza verso questo studioso, così distante da ogni forma di moralismo astratto e anche restio a confondere la libera fraternità volontaria e la solidarietà di Stato imposta da burocrati e «partitanti» (per usare il suo stesso lessico).
Analogamente, è difficile che la sinistra socialdemocratica possa guardare a lui. Per i post-comunisti, è assai più facile intendersi con l’irenismo di un Norberto Bobbio, volto a coniugare libertà e redistribuzione, che non con il rigore spietato delle analisi migliane sul parassitismo, sulla rendita politica, sull’aiutantato. D’altra parte, anche questi due volumi testimoniano quanto egli sentisse forte l’influenza di freddi analisti come Machiavelli, Hobbes o Pareto.
È vero che negli anni Settanta la sinistra fu in parte attratta da Miglio, quando questi propose l’opera di Carl Schmitt e la necessità di ripensare in termini «realistici» l’universo delle relazioni sociali. Qualche marxista in cerca di ridefinizione vide in lui un interlocutore, al pari di taluni eredi intellettuali del Ventennio, ma gli uni e gli altri rimasero spiazzati quando la sua incessante volontà di mettersi in discussione lo spinse ad accantonare il «decisionismo» del giurista tedesco, sviluppando una prospettiva nuova che contestava il vero totem degli intellettuali moderni di qualsiasi colore: il potere pubblico.
Mentre post-fascisti e post-comunisti possono intendersi in convegni dedicati al problema della tecnica in Heidegger, alla crisi del sentimento comunitario o alla necessità del primato della politica, l’aspra opera di demitizzazione che è al cuore dell’ultima riflessione migliana spariglia le carte. Per giunta, nella sua critica della modernità statuale egli ha valorizzato, e in termini alquanto personali, il federalismo: poiché la sua idea è che una politica solidamente fondata implichi rapporti pattizi, liberamente scelti, e quindi una società di uomini responsabili e affrancati da ogni retorica statocentrica. Il progetto di federazioni tra corpi sociali (di cui parlava a lezione) o tra territori (su cui si concentrerà in seguito) finisce per dissolvere la struttura piramidale dell’istituto che ha dominato gli ultimi cinque secoli.
Il vero nemico è insomma lo Stato, mentre il federalismo gli appare una possibile alternativa: la costituzione di un ordine basato su autonomia, concorrenza tra sistemi, libertà locale, responsabilità, diritto di associarsi e dissociarsi. Esso segna la riscoperta di quell’altra «metà del cielo», per usare una sua tipica metafora utilizzata a individuare le istituzioni «perdenti» del mondo moderno: dalle Province Unite olandesi alla Lega Anseatica. Si tratta di ordini politici privi di un vero centro di potere e basati su accordi essenzialmente contrattuali, che hanno indicato allEuropa una strada alternativa rispetto a quella dello Stato e che quasi nessuno, però, ha saputo imboccare (forse l’unica eccezione è rappresentata dalla Svizzera, che non a caso Miglio esaminò sempre con grande interesse e anche - da comasco - con una viva simpatia).
Ma in ragione del suo radicalismo Miglio è scomodo anche per chi oggi si dice federalista, specie se poi si entusiasma per riforme marginali di quello Stato centralizzato e prefettizio che la Destra storica ha costruito all’indomani dell’unificazione. A chi oggi vuol farci credere che tre ministeri a Monza siano un passo verso il federalismo, Miglio risponde con i suoi scritti sul diritto di secessione quale diritto «pre-politico»: sull’idea che la libertà di federarsi (di associarsi) implica necessariamente la libertà di secedere (di abbandonare l’unione a cui si era scelto di aderire).
Questo spiega perché quello di Miglio sia un pensiero destinato a disturbare più che a entusiasmare. Per giunta, in Italia come altrove, la stessa ricerca politologica è dominata da un empirismo sterile, che pare avere tagliato ogni legame con la tradizione. Anche perché allievo di studiosi come il filosofo del diritto Alessandro Passerin d’Entrèves e il giuspubblicista Giorgio Balladore Pallieri, Miglio invece non trascurò mai la storia del pensiero e il confronto con i classici. E questo segna una notevole distanza con larga parte della scienza politica contemporanea.
Quasi estraneo al mondo accademico del nostro tempo e incomprensibile ai più, indigesto a destra come a sinistra, Miglio sembra allora aver lasciato un’eredità intellettuale «impossibile» a questa Italia che ha perso la bussola, travolta da un debito fuori controllo. E forse esiste pure un nesso tra l’inattualità dello studioso lombardo e le nostre difficoltà quotidiane.