L’imprenditore: "La crisi era cominciata gìà da un anno"

«La Dubai di un tempo non tornerà mai: la crisi di oggi viene da troppo lontano». A dirlo è un imprenditore che ha seguito da vicino il boom edilizio dell’emirato: Luigi Camurati, presidente di Simpedil, il principale produttore di macchine e attrezzature edili per la lavorazione dei tondini di ferro per cemento armato.
Lei vende molto in Dubai?
«Diciamo che vendevo, ma poi le cose sono cambiate. Fino a tutto l’anno scorso ogni mese partivano per il Dubai 6 o 7 container, ciascuno con la capacità di 26 o 27 macchine: e questo per undici mesi all’anno, escluso solo quello del Ramadan. Da quest’anno, le vendite si sono dimezzate, poi precipitate: se prima il Dubai poteva arrivare a un 10% del nostro fatturato, a gennaio era già crollato a poco più dell’uno per cento»,
Che cosa è accaduto?
«Si è costruito troppo, e troppo in fretta: e troppi edifici sono rimasti invenduti. Mesi fa ho visto almeno 200, se non 250 gru altissime e immobili, come in una città fantasma: le stesse che fino a qualche mese prima erano illuminate notte e giorno. Un altro esempio? Dubai Marina è un distretto nel cuore della città, letteralmente creato dal nulla, un’isola artificiale di grattacieli: e ho visto interi palazzi da 30-35 piani tappezzati di cartelli “For Sale”».
Ma non c’era la corsa tra i Vip ad accaparrarsi case da sogno?
«Guardi che alcune le vendevano a prezzi stracciati, o addirittura regalate, come la villa dei Beckham nella famosa isola a forma di palma, come forma pubblicitaria per attirare la clientela d’alto livello. Adesso in quell’isola, costruita proprio dalla Nakheel oggi in crisi, le costruzioni meno in vista, quelle ai lati delle strade, sono rimaste vuote».
Ci sono molti italiani in affari col Dubai?
«Dubai è, o dovrei dire era, una mecca per tutte le aziende, anche per la presenza della “zona franca”, di cui molti approfittavano per far arrivare le merci al porto e poi smistarle nei Paesi di destinazione. Gli italiani sono presenti in tutti i settori, la moda in particolare, ma anche altri, come le forniture agli ospedali. Poi c’è il turismo, che, almeno finora, ha resistito: lo vedremo a dicembre».
E adesso gli imprenditori che cosa faranno?
«Posso dirle che cosa stanno cercando di fare quelli del mio settore, i macchinari per l’edilizia: cercano di vendere altrove. Nei Paesi del Golfo, come il Qatar e l’Arabia Saudita, o nel Maghreb. Insomma, dovunque ci sia petrolio e quindi ancora soldi da spendere».
Quindi il sogno di una ricchezza araba indipendente dall’oro nero è svanito per sempre?
«Direi proprio di sì. Non per nulla Abu Dhabi, che è uno dei maggiori produttori di petrolio al mondo, è stato il primo a intervenire nella crisi di Dubai: ma per quest’ultimo emirato il crollo è paragonabile a quello di Lehman Brothers. All’aeroporto ci sono le automobili abbandonate di gente che è scappata, facendo perdere le proprie tracce per non pagare i debiti. Sarà difficile, se non impossibile, che torni l’Eldorado di un tempo».