L’impresa dei vampiri del ghiaccio

Rolly Marchi

Domani tonerò a casa, a Milano, e gli amici-fratelli Amore del bar quotidiano, il farmacista di fronte e il pasticciere Ranieri affiancato al portone di casa mi porranno l’immancabile domanda olimpica: qual è stato il momento più bello? Mi succede dal 1948, e anche adesso dovrò rispondere che, per diverse motivazioni, gli attimi straordinari di batticuore, diversi per potenza, durata e impeti, sono stati alcuni. In prima fila pongo la staffetta dei maschi, un trionfo così totale e diverso anche da quello fenomenologico di Lillehammer ’94. Una musica sinfonica elevata e costante nelle prime due frazioni, seguita da un rombo beethoveniano allo scatto di Piller Cottrer sull’ultima salita, fino alla solenne, imbattibile progressione di Zorro Zorzi, dominatore e donatore di incontenibili gioie.
Grazie, ragazzi! Ma un grazie anche alle consorelle premiate con il bronzo con le quali ho conversato durante la cena in loro onore; ragazze, donne riservate, composte, con voce sommessa e sorrisi accattivanti e ricchi di moderata contentezza. Osservandole mi hanno riportato ai vecchi tempi della mia paesana giovinezza, alle domeniche del vestito della festa, al saluto rispettoso per gli anziani, alla riconoscenza per coloro che avevano donato qualcosa. Bello riscoprire questi sentimenti in signorine, Paruzzi (unica coniugata), Confortola, Follis e Valbusa, ben oltre i 18 anni, ricche di misura e di rispetto.
Poi, o prima, ci sono state le forti, anzi, straordinarie emozioni delle lame d’acciaio, anch’esse per me poderose spinte verso tempi remoti. Studente al ginnasio, andavo a pattinare sui campi da tennis trentini di piazza Venezia, piacevole occasione per riscaldare le mani di qualche ragazza in circolo, più che di aspirazioni agonistiche. Ma il primo vero pattinatore lo vidi ai Littoriali Universitari a Madonna di Campiglio. Si chiamava Icilio Perucca, spentosi a 96 anni lo scorso 3 gennaio, vinceva sempre. Lo vidi con tutto il corpo compresso in una calzamaglia nera, che mi parve un fenomeno sconosciuto di straordinari poteri.
Le stesse sensazioni di potenza e di mistero mi confidò il celebre Dino Buzzati ai Giochi 1964 in Austria, anche lui abbagliato dal fascino dei fuoriclasse che lo avevano inchiodato lungo l’anello ghiacciato. Ci eravamo andati per starci un’oretta, ci restammo fino a notte. Buzzati li guardava come se scrutasse il suo deserto dei tartari, mi confidava che per lui quei fenomeni erano «vestiti e nudi». E alla fine delle sfide li chiamò Vampiri del ghiaccio. In questi giorni a Torino le stesse potenti evocazioni me le ha donate, seppur diverse, ma ancora più straordinarie e per amore e per patriottismo, il nostro Enrico Fabris. La prima per la sua bravura, la seconda perché figlio di un famoso altopiano che ben conosco, quello dei Sette Comuni di Asiago. Durante i suoi momenti magici e nella corale esultanza che ne è seguita per ben tre volte, ammirando il suo lampeggiante sorriso e i riflessi dei suoi occhi, vedevo scorrere i volti di Mario Rigoni Stern, il narratore principe delle nevi e del ghiaccio delle lande russe e delle nostre montagne, e dei campioni di quel bellissimo territorio, Caneva, Bonomo, Rodeghiero, Muraro, Mosele e altri. Grazie, Enrico, verrò a trovarti a Roana, prepara la polenta e i vostri famosi formaggi, al vino ci penserò io.