L’INAFFONDABILE

«Mi do dieci anni per fare esperienza poi conquisto l’Italia»

R ispettando la sua tabella di marcia che tollera un massimo di quattro mesi senza poltrone, Giuliano Amato si è seduto sull’ennesima in vista della prossima.
Ha lasciato in maggio il Parlamento dopo esserci stato per cinque legislature, da socialista prima, da ds poi. Ora ha preso la presidenza di una speciale Commissione che dovrà disegnare «il futuro di Roma Capitale». A offrirgliela è stato incomprensibilmente il sindaco di destra Gianni Alemanno.
E qui verrebbe voglia di parlare piuttosto di Alemanno che di Amato. Infatti, non si capisce che gli è preso. Se Roma si è affidata a lui, è perché per quindici anni è stata sgovernata dall’Ulivo. E lui che fa? Riconsegna il futuro della città alla sinistra che ha fallito. Libero Alemanno di essere masochista, ma non sulla pelle dei romani. Chiusa parentesi.
Prima di accettare l’incarico, Amato ha chiesto il permesso a Veltroni, il capo del Pd e suo leader. Walter, che è appunto l’ultimo sindaco di sinistra di Roma, glielo ha concesso volentieri. Così, per interposto Amato, continuerà a ficcare il naso nella città che ha azzoppato. Giuliano, grato a Veltroni, ha abbracciato Alemanno e, militando a sinistra, rinsalderà i suoi rapporti con la destra.
Tenere i piedi in due staffe è la specialità del Nostro che, per natura, è capace di tutto. Nel corso di una quarantennale carriera ha vagato tra estrema sinistra e riformismo, è stato laico a singhiozzo, clericale per convenienza, opportunista sempre. È ospite d’onore ai convegni di Confindustria, mangiatore di piadine ai festival dell’Unità, strizza l’occhio al Cavaliere, è ben visto dagli strateghi della Casa Bianca. Questo abile modo di campare gli è valso il soprannome di Dottor Sottile, immortale intuizione del suo amico Eugenio Scalfari, altro inarrivabile campione di gimkana.
All’improvviso dieci anni fa, Giuliano si atteggiò a laico pensoso. In preda a una crisi di coscienza, dichiarò che l’aborto era un omicidio. Papa Wojtyla cadde in un santo deliquio e accolse Amato tra i suoi pupilli. Al punto, che nel ’99, il Sacro Soglio tifò per lui al Quirinale al posto di Carlo Azeglio Ciampi. Negli anni successivi, mentre accumulava incarichi per conto della sinistra, si dimostrò così meravigliosamente prudente da incantare anche il Cav che disse di lui: «È il migliore di tutti». Berlusconi, che nelle sue passioni è contagioso, allineò tutto il centrodestra in questo insano amore. Così, con l’affettuoso lasciapassare del Polo, il Dottor Sottile divenne nel 2002 vicepresidente della Convenzione europea e fu tra gli autori della detestata costituzione Ue. Addirittura, nel 2006, la Cdl lo candidò alla presidenza della Repubblica al posto di Giorgio Napolitano.
Nessuna meraviglia dunque se Giuliano, proseguendo nel suo cammino sinusoidale, ha accettato la sinecura che gli ha offerto il destro Alemanno. Incarico gratuito come ha virtuosamente sottolineato il Dottor Sottile. Ma è il gratis et amore Dei di una lenza di lungo corso. Perciò, gatta ci cova.
Parliamoci chiaro. La presidenza di «Roma futura» per un uomo del suo calibro, due volte capo del governo, è un modesto strapuntino. Una vetrina, giusto per restare nel giro e rilasciare interviste. Ma l’obiettivo vero è una poltrona seria. Infatti - è la convinzione universale - fatto il favore all’ingenuo Alemanno, il Dottor Sottile presenterà la cambiale. Secondo i più, vuole entrare alla Consulta. L’appoggio della sinistra è scontato, quello della destra verrà. Mentre il pd Luciano Violante, altro aspirante, si arrabatta cercando consensi tra i due poli, un colpo al cerchio uno alla botte, il più disinvolto Giulianino fila dritto come un treno giapponese. Con nove anni come giudice costituzionale e, prima o poi, presidente della Corte, il Dottor Sottile, oggi settantenne, arriverà alle soglie degli ottanta e avrà il tempo di programmare un ulteriore futuro. L’incarico calzerebbe a pennello, essendo Giulianino un esimio docente di diritto costituzionale, per di più comparato, ossia esperto di diversi Paesi, che in tempi di globalizzazione è un atout. Quindi, nulla osta. Salvo la decenza.
La prima volta che Amato annunciò il suo ritiro a vita privata, fu quando divenne presidente del Consiglio tra il '92 e il '93. Euforico, disse: «Con questa esperienza concludo la mia carriera politica». Fece una pausa e aggiunse con modestia: «Non pretendo di essere il protagonista di molte stagioni». La stagione di allora era quella dominata da Craxi di cui Amato era scudiero. Poi, lasciò cadere abilmente: «A differenza di altri colleghi mi considero imprestato alla politica». L’affermazione stupì poiché il «prestito» durava ormai da venticinque anni e a nessuno pareva più tale. Comunque, si prese atto dell’intenzione e Giulianino fu sommerso di interviste tanto era raro il caso di un inamovibile che fa fagotto. Tra diverse banalità, espresse questa perla: «La politica non può essere la vita».
Il bello è che fu preso sul serio. Erano tempi ingenui. All’epoca, c’erano i dc e nessuno di loro aveva mai sognato di dimettersi. La sinistra si era appena affacciata al potere e si tendeva a crederle. Non c’era ancora stato un Veltroni che annuncia il proprio ritiro nelle vaste savane equatoriali e che poi, come si è visto, le sostituisce con i 600 metri quadrati del suo loft romano.
Soprattutto, non si sapeva ancora che Amato era un bugiardo congenito. Si capì poco dopo, nell’anno di tregenda in cui occupò Palazzo Chigi. Nel più ipocrita silenzio, ricorderete, ci scippò nottetempo i soldi dai conti correnti bancari il 10 luglio 1992. Nel successivo settembre la lira ebbe una tremenda svalutazione sul dollaro. Il Dottor Sottile la negò, definendola un «riallineamento». Un mese dopo ammise di «avere mentito agli italiani». Un anno dopo, tradì Craxi e il Psi quando i pm li accusarono di malversazioni. «Non immaginavo tanto marciume», esclamò Giulianino che nel Psi militava da trent'anni, di cui dieci al fianco di Bettino, e aveva visto tutto.
Con la stessa faccia di bronzo dimenticò la promessa di lasciare la politica. Infatti, sono passati 16 anni e, anziché sparire, ha moltiplicato gli incarichi. Dal '94 al '97, è stato presidente dell’Antitrust. L'anno dopo ministro delle Riforme del governo D’Alema I. Nel '99, ministro del Tesoro del D'Alema II. Dal 2000 al 2001, nuovamente presidente del Consiglio. Dal 2001 al 2006 senatore, dal 2002 al 2004 vice presidente della Convenzione europea. Dal 2006 al 2008, per la quinta volta parlamentare e ministro dell’Interno del Prodi II.
In questa veste, è stato un disastro. Ha firmato il decreto sulla clandestinità in tandem col rifondazionista Paolo Ferrero che la voleva libera e incontrollata. E così è avvenuto. Ha impedito a Bush, in visita a Roma, di recarsi nella Comunità di Sant’Egidio adducendo che il quartiere Trastevere era più pericoloso della giungla colombiana. Ha fatto il bis col papa che doveva andare alla Sapienza, ma era sgradito ai no-global. «Santità, finga un raffreddore e disdica l'invito», gli consigliò. Ma poiché l'altro insisteva, il Dottor Sottile ebbe una di quelle callide uscite che gli hanno meritato il soprannome: «L’incolumità di Ratzinger è garantita. Ma ci saranno scontri con i dimostranti». Come dire: se ci scappa il morto, la colpa è del papa. Il sant’uomo si arrese, Amato l’ebbe vinta e lo Stato finì nel ridicolo.
Giulianino non si è ricandidato alle ultime elezioni. «Con la politica ho chiuso», ha ripetuto in maggio, giugno e luglio. Nessuno ci ha badato e nessuno si meraviglia che sia di nuovo in sella. Alla sua età non si cambia.
Nato per caso a Torino, Giulianino è figlio di un esattore delle imposte di Agrigento che, per ragioni del suo ufficio, si spostava di qua e di là. Fatte le elementari a Canelli, in quel di Asti, la famiglia si trasferì a Lucca. È la città che lo ha visto sbocciare. Gli ha dato il vago accento toscano che ha, la consapevolezza di sé come ottimo studente - «bravo ma antipatico», dicevano i compagni -, la moglie, Diana Vincenzi, la più bella ragazza del liceo, la sua prima tessera del Psi a vent’anni. Dopo la laurea in Legge, il giovanotto si tuffò nel cursus universitario. Dopo un master negli Usa, tornò e disse: «Mi do dieci anni per la carriera. Poi conquisto l’Italia». A 30 anni ebbe la cattedra a Perugia, qualche anno dopo a Roma. Raggiunto l’apice, si dette alla politica.
Militava nella sinistra del Psi nenniano al fianco di Antonio Giolitti, un ex comunista. Nel '64, seguì Lelio Basso nel Psiup. L’ebbrezza estremistica si esaurì però in sei mesi. Tornato nell’ovile di Giolitti, che fu titolare del Bilancio nei primi anni '70, ne divenne capo dell’Ufficio legislativo. Fu «il più impaziente e giacobino» dei professorini che attorniavano il ministro. Tra gli altri, Franco Bassanini, ex dc, e Stefano Rodotà.
Quando, a metà degli anni '70, il Pci parve sfondare, Amato si esaltò e cominciò a stilare una lista «di gente da mandare in pensione». Poi arrivò Craxi, il riformista di «destra» che aveva preso il potere nel Psi. Giulianino, scandalizzato, scrisse a Bassanini: «Piuttosto che fare politica con questi cravattari, sarebbe meglio ritirarsi a vita privata». Invece rimase, si avvicinò al nuovo capo e ne divenne il reggicoda. Bettino lo promosse parlamentare e suo tuttofare. Tra l'83 e l'87, lo volle a Palazzo Chigi come sottosegretario alla Presidenza. Quando Craxi fu ribattezzato Ghino di Tacco, Amato fu detto Ghino del Taschino, cioè a disposizione come un fazzoletto al minimo starnuto. Poi divenne ministro, presidente del Consiglio e tutto ciò che sappiamo. Abbandonò Craxi in disgrazia, non andò mai a trovarlo a Hammamet.
Quando nel 2000 Bettino morì, Giulianino, che era ministro del Tesoro, non pertecipò al funerale. Gli aveva però scritto una lettera alla vigilia della morte dicendogli che si stava battendo per ottenergli un salvacondotto per l’Italia. Craxi, che giaceva sul lettino dell’ospedale militare di Tunisi, la lesse con attenzione, poi disse: «Scrive bene, ma non dice nulla. Alla fine, è quello che si è comportato peggio».
Sarà il suo epitaffio. Ma da qui a vent’anni. Dopo molte altre poltrone.