L’incant-autore di nome Arnoldo

Ci sono solo un paio di cose che tutti gli italiani, nell'ultimo secolo, hanno fatto almeno una volta nella vita. Una di queste è leggere un libro Mondadori. Buon compleanno, Arnoldo: la tua casa editrice oggi compie cento anni.
Cento anni: chi avrebbe mai immaginato, allora, quello che sarebbe stato capace di combinare l'Arnoldino, come i suoi amici hanno continuato a chiamarlo tutta la vita, un soprannome che gli piaceva più ancora del famoso «incantabiss», «incantatore di serpenti», per via della sua nota capacità persuasiva. Già, chi l'avrebbe immaginato cosa sarebbe stato capace di combinare con i libri, l'inchiostro e le parole, questo ragazzino nato povero nella Bassa mantovana allo scadere dell'Ottocento, arrivato a stento alla quinta elementare - in realtà era considerato l'intellettuale di famiglia: i suoi fratelli si erano fermati alla terza - che iniziò a guadagnare qualcosa servendo prima in una drogheria del paese e poi facendo il venditore ambulante con carretto e cavallo, e alla fine (o meglio: all'inizio) entrò in una cartoleria come tipografo per uscirne - anno di luminosa grazia 1907, un secolo esatto fa - come editore: sull'unico torchio a manovella di quella minuscola officina vide la luce - un segno del destino - la rivista anarco-socialista «Luce!».
E luce fu. Arnoldino insieme all'amico Tomaso Monicelli (padre del futuro regista e del quale sposerà presto la sorella Andreina) lavorano di torchio e idee: dopo la rivista arrivano i libri (il primo titolo è dello stesso Monicelli: «Aia Madama»), la collana per bambini «La lampada» e, durante la Grande guerra, anche i giornali per le truppe al fronte, come «La Tradotta». Poi, nel 1919, il grande salto dalla provincia alla metropoli: Milano. E il grande balzo dall'idea di editoria artigianale al concetto moderno di editoria industriale, invenzione sulla quale Arnoldo Mondadori più di ogni altro può rivendicare il diritto d'autore.
Ironico, bonario, autoritario quando era il caso (ascoltava tutti, ma le decisioni importanti le prendeva da solo), parsimonioso, instancabile sul lavoro, bravissimo a scegliere i libri da stampare (l'intuito e il fiuto erano i suoi capolavori) e ancora più bravo a far quadrare i bilanci dell'azienda («con la cultura e basta non si fanno i soldi», ripeteva sempre), imbattibile nel «portarsi a casa» gli autori su cui aveva messo gli occhi - da Hemingway a Thomas Mann, da Ungaretti a Montale, da Soldati a Piovene - Arnoldo incantabiss Mondadori ha avuto una grande capacità: saper scegliere i collaboratori. Ossia le «menti» della Mondadori, da Alberto Tedeschi a Vittorio Sereni, da Luigi Rusca a Cesare Garboli, che pensarono e vinsero insieme ad Arnoldo tutte le grandi sfide della casa editrice: a partire dal 1929 i Gialli Mondadori (una delle collane più fortunate della storia editoriale italiana), poi dal '33 la mitica Medusa che ha incantato milioni di lettori italiani, la redditizia partnership con la Walt Disney nel '35, l'equilibrismo durante gli anni del regime, quando Arnoldo Mondadori stampa molti libri per il fascismo (dai Colloqui di Ludwig con Mussolini al Topolino autarchico) ma quando deve andare in udienza dal Duce, vestendo l'orbace, sbotta: «Che paiasada!»; e dopo la seconda guerra mondiale i coloratissimi Libri del pavone, quindi i fantascientifici romanzi di Urania (anno 1952) , la geniale invenzione nel 1960 del Club degli Editori, primo esempio di organizzazione per la vendita di libri per corrispondenza, e - vero colpo da maestro - il lancio, nel 1965, di una collana di libri tascabili nelle edicole destinata a cambiare il mondo di fare e leggere i libri: gli Oscar Mondadori. Ancora il tempo di far ridisegnare da Bob Noorda, nel '69, il logo della sua casa, e Arnoldo Mondadori, l'incant-autore, volta l'ultima pagina del suo personale e straordinario romanzo picaresco: scrive la parola fine, nella ormai sua Milano, l'8 giugno 1971. Muore Arnoldo Mondadori ma la sua figlia prediletta - l'azienda - cresce in buona salute, tanto buona da sopravvivere all'avventura nel mercato televisivo, un paio di joint venture, l'accordo con Microsoft per la vendita degli ebook e infine, nel 1991, l'entrata nel gruppo Fininvest. E pure a un mega-trasloco a Segrate. Lontani i tempi in cui il commendator Mondadori, senza diploma ma con competenze da bibliofilo, dal suo studio milanese prima in via Corridoni e poi in via Bianca di Savoia, decideva cosa dovessero leggere gli italiani.
Cent'anni: 1907-2007. Cent'anni di libri, di autori, di rifiuti, di bestseller, di capolavori, da Via col vento a Trilussa, da D'Annunzio a Topolino. Una storia così bella, che bisognerebbe stamparla.