L’incantatore rock ha scoperto il liuto

Antonio Lodetti

Non è il solito Sting - l’incantatore pop rock di centinaia di migliaia di fan - quello che stasera arriva alla chiesa di Santa Maria delle Grazie. È quello raccolto e ispirato che presenta in concerto il suo ultimo cd per voce e liuto Songs from the labyrinth, dedicato al compositore inglese (nato in Irlanda) e maestro del liuto John Dowland.
Sting canterà (e imbraccerà il liuto) accompagnato dal virtuoso liutista Edin Karamazov. Settecento posti nella splendida chiesa rinascimentale, molti distribuiti su invito, gli altri messi in vendita dal Comune. Inutile tentare di entrare senza biglietto, non è il concertone della scorsa estate in piazza del Duomo che ha visto la rockstar svettare su centomila persone deliranti. L’avvenimento sarà comunque trasmesso dal 20 dicembre su Alice Home Tv e su Rosso Alice.
«Dowland è il papà di tutti noi cantautori inglesi - ci ha raccontato Sting durante la presentazione del cd - un artista vagabondo e viaggiatore; consciamente o no tutti abbiamo preso spunto dai suoi suoni. Lui è stato il primo». Da qui l’idea di lanciarsi in una nuova avventura completamente diversa dalle altre. Sting cambia pelle? «Non amo sentirmi chiuso in una gabbia, seppur dorata, e cambio strada per superare i miei limiti. Da circa vent’anni Dowland è la mia piacevole ossessione, le sue ballate sono di una bellezza trasparente. Non è soltanto il simbolo della musica rinascimentale inglese, ma è stato il primo musicista globale avendo suonato nelle corti di tutta Europa e persino a alle corti di Venezia e Firenze».
Un disco e uno spettacolo che nascono da lontano quindi. «Sì, ma non ho mai avuto il coraggio di confrontarmi con la storia di Dowland. Poi un giorno Karamazov mi ha regalato un antico liuto e ho cominciato a suonarlo con grande rispetto: che armonie celestiali ne uscivano. Così ho approfondito sul campo lo studio, mi ci sono buttato in prima persona ma per passione, per divertimento, quasi per scherzo. Spontaneamente giorno dopo giorno ci siamo trovati di fronte a un progetto serio. Stavamo eseguendo il repertorio di Dowland e ripercorrendo a ritroso il suo viaggio. Ho deciso di portare i miei fan su questi favolosi territori. La pianista Katia Labèque infine mi ha convinto che la mia voce è perfetta per cantare Dowland. Non ho una voce da Pavarotti ma punto sull’autenticità del canto».
I concerti a Londra e Berlino hanno avuto clamoroso successo; da noi c’è stato un piccolo assaggio televisivo in ottobre, quando Sting ha partecipato a Che tempo che fa di Fabio Fazio. Cosa penseranno i rockettari sfegatati? Il cd è arrivato in testa alla hit parade anche in Italia, ma probabilmente è stato acquistato da un pubblico diverso e variegato. «Del resto io ho un pubblico sofisticato e dalle mille sfaccettature. Ma il mio prossimo disco quasi certamente sarà con la mia band, un lavoro dal suono moderno, più vicino alle mie cose passate».
Quindi la classica è solo una parentesi. «Non esistono più steccati tra generi musicali. È vero che il mio nome è legato al rock e al pop, ma un buon brano è un buon brano e un brutto pezzo è un brutto pezzo in qualsiasi stile».