L’incanto della vita nei sonetti shakespeariani

Duccio Camerini offre un singolare monologo tratto dai versi del Bardo

Se amate Shakespeare, se credete che le sue parole posseggano quella risonanza universale capace di trovare eco in ogni luogo e in ogni tempo, allora non perdete I sonetti di Shakespeare che Duccio Camerini (autore, regista e interprete) presenta solo fino ad oggi al teatro Argot.
Si tratta di un monologo felicemente sospeso tra racconto e poesia, concretezza e astrazione, vita comune e afflato simbolico. Tale dunque da trascinare gli astanti dentro gli inquieti e sublimi versi shakespeariani (qui tradotti da Giovanni Lombardo Radice e commentati dalle belle musiche di Germano Mazzochetti), attraverso il semplice richiamo di una storia umana fatta di incontri fortuiti, di passioni contagiose, di caparbie ricerche di senso.
L’individuo che vediamo e ascoltiamo recitare è uno di noi, un uomo come tanti che stringe amicizia con un certo Tiberio e, attraverso questi, arriva a Carlo. Carlo il pazzo. Carlo lo smemorato. Carlo l’uomo senza identità. È ricoverato in una clinica e parla con il mondo solo attraverso i sonetti del Bardo, diluendo in fiumi di endecasillabi le volubili aspirazioni degli amanti, le dolorose paure di chi avverte il peso del domani, le fragili certezze su cui camminiamo tutti, in cerca di consistenza e amore. «Noi siamo i nostri desideri», dice a un certo punto Camerini/Carlo/Shakespeare e lo dice per annullare le distanze tra la vita e la sua sopportabilità.
Per ribadire che gli esseri umani sono fatti della stoffa dei sogni (ecco Prospero emergere dalle pagine de La Tempesta) e che, per quanto effimera sia la personale esperienza di ciascuno, «non esistono persone normali». Informazioni al numero 06-5898111.