L’inchiesta aveva preso il via nel 2003. Per gli istituti di credito l’accusa è di aver collaborato all’emissione dei bond. I legali di Capitalia: «Accuse infondate» «Cirio, processo a Cragnotti e ai banchieri» I Pm di Roma chiedono il rinvio a gi

Claudia Passa

da Roma

Crac Cirio, ora c’è il sigillo ufficiale: per Sergio Cragnotti e altri 43 indagati la Procura chiede il rinvio a giudizio. Diversi i reati contestati a manager e banchieri coinvolti a vario titolo nell’inchiesta sul dissesto del colosso agroalimentare: dalla truffa alla bancarotta per distrazione, documentale, preferenziale e patrimoniale, per un totale di 22 capi d’imputazione. Ampio anche l’arco temporale (1998-2003) passato ai raggi X dai pm Tiziana Cugini, Rodolfo Sabelli e Gustavo De Marinis, coordinati dal procuratore aggiunto Achille Toro (lo stesso che indaga sulle scalate Antonveneta/Rcs/Unipol). Il passo formale della Procura di Roma non è giunto inatteso: il Giornale aveva anticipato le indiscrezioni, che ieri hanno trovato conferma con la firma della richiesta di processo per 44 indagati che oggi arriverà sul tavolo del giudice per le indagini preliminari.
A far scattare l’inchiesta (iniziata nell’estate 2003 e conclusa lo scorso maggio), la riunione delle querele di alcuni obbligazionisti per il mancato pagamento di un bond da 150 milioni di euro. Oggi le parti lese sono diventate circa 13mila. I bond sott’accusa, invece, sono lievitati fino a nove, emessi fra il 2000 e il 2002, per una presunta truffa quantificata in 1.125 milioni di euro. Tre i filoni investigativi seguiti dalla Procura: il dissesto dell’azienda, il ruolo degli organi di controllo, le presunte responsabilità delle banche nelle operazioni considerate irregolari. Ed è proprio per il ruolo degli istituti di credito che assieme a Sergio Cragnotti (ex patron del gruppo agroalimentare) e a diversi membri della sua famiglia, rischiano di andare a processo personaggi del calibro di Cesare Geronzi (presidente di Capitalia, ex vertice del Cda di Banca di Roma), Rainer Masera e Luigi Maranzana (rispettivamente ex presidente ed ex amministratore delegato del San Paolo Imi), nonché Gianpiero Fiorani e Giovanni Benevento (già ad e presidente dell’ex Banca Popolare di Lodi), coinvolti anche nell’inchiesta sulla scalata ad Antonveneta. Assieme a loro, nella richiesta di rinvio a giudizio figurano diversi amministratori del gruppo Cirio nel periodo interessato, nonché altri funzionari di Banca di Roma, San Paolo ed ex Bipielle. Per ragioni procedurali dal fascicolo sono state stralciate le posizioni della società di revisione Deloitte & Touche (coinvolta come persona giuridica) e dell’ex ad Sebastiano Baudo, che probabilmente verranno riunite al fascicolo principale in sede di udienza preliminare.
Al vaglio del gip finiscono dunque le presunte distrazioni di denaro, la creazione delle cosiddette «scatole vuote» (società che secondo gli inquirenti erano finalizzate all’emissione di obbligazioni), il caso Eurolat, i premi pagati alla Lazio campione d’Italia. Quanto alle banche, l’accusa è d’aver sostenuto il gruppo Cirio nell’emissione dei bond. Alla Banca di Roma, in particolare, si contestano «artifici e raggiri consistiti nell’aver favorito, in qualità di “joint leader manager”, le prime due emissioni obbligazionarie, per un valore di 150 milioni di euro ciascuna, e in qualità di manager l’emissione il 24 maggio 2005 (per un valore di 200 milioni di euro), nonostante lo stato di dissesto dei soggetti emittenti e garanti, da loro intenzionalmente dissimulato verso l’esterno».
L’avvocato Giulia Bongiorno, che col professor Franco Coppi difende Sergio Cragnotti, annuncia la sua strategia: «Dimostrare che tutte le operazioni oggetto delle imputazioni rispondevano a un disegno industriale lecito, dimostrare che non ci sono state distrazioni di alcun genere». I legali di Capitalia rivendicano l’operato dell’istituto «nel pieno rispetto di tutte le norme vigenti», e definiscono le accuse «infondate e già confutate da autorevoli perizie». La richiesta di rinvio a giudizio viene accolta «serenamente» da Capitalia, poiché - affermano i difensori - «consentirà, finalmente, di sottoporre al vaglio critico del gup le argomentazioni che dimostrano l’infondatezza dell’impianto accusatorio». Masera, dal canto suo, tramite gli avvocati Gilberto Lozzi e Cesare Zaccone definisce le accuse «del tutto infondate e ingiuste», e «ribadisce la sua estraneità ai fatti che gli sono contestati e ritiene di aver fornito ampia prova di ciò nel corso delle indagini».