L’inchiesta riparte dagli «sconosciuti»

(...) che si aggiudicano un po' di capitoli del suo libro. Dai casi archiviati e sepolti che cercheremo di riascoltare. Perché se non le tiri fuori ti dannano l'anima queste storie. Ti fanno morire dentro. I denti stretti e i tappi negli orecchi. Da troppo tempo. Pansa ha cominciato e lo straordinario sono le voci che hanno risposto. Dopo sessant'anni. Che hanno messo sul foglio due righe perché la faccia del loro caro è gia stata cancellata una volta da una sventagliata di mitra.
E l'effetto è esponenziale. Hanno bisogno di raccontartelo e con che dolore. Ma hanno ancora paura, accidenti. Di comparire con un nome e cognome perché, dicono gli altri, a muso duro, ormai è acqua passata. Dopo sessant'anni. Che la parola «riconciliazione» ai vincitori fa rizzare i capelli. Che il sentimento della «pietà» sembra appartenere ad un altro codice. Restano le istantanee salvate dalla memoria di quei bambini che hanno visto il papà prelevato in piena notte. Di cui ricordano il colore del pigiama o il buffetto sulla guancia. E poi un vuoto che non ha misura. Istantanee che non dovevano mostrare a nessuno. Che hanno scavato, però. Hanno fatto ficcare il naso negli archivi, hanno mosso domande, hanno disturbato una ritualità consolidata. Ma quei sentimenti sono come i corpi dei loro cari mezzo sepolti in fosse di fortuna. Saltano fuori, non importa quanto tempo ci voglia.