L’inchiesta scatena il derby tra i Poli

Don Gelmini è solo indagato, ma noi siamo già colpevoli. Siamo colpevoli d’averlo arruolato nel grande circo bipolare prima ancora d’averci capito alcunché, siamo conniventi con il riflesso demenziale che ci porta a incasellare ogni casacca e persino ogni tonaca, ormai. La lezione che questo Paese si ostina a non comprendere è che don Piero Gelmini è innanzitutto un uomo, un cittadino, un portatore di diritti: non è un prete, non è un santo, non è Gesù sulla strada del Calvario, non è la Chiesa, non è il cappellano della destra contrapposto a un don Luigi Ciotti di sinistra, è un uomo, non le sue vesti: ed è l’uomo a non meritare il pregiudizio ottuso e forcaiolo di taluni come neppure l’assoluzione dogmatica e preconcetta di altri.
È tutto così automatico, ormai: indagano tizio e tu sai già chi reagirà, chi dirà che cosa, chi asserirà che è un attacco alla Chiesa, chi tirerà in ballo Muccioli, quale onorevole transgender trasformerà la presunzione d’innocenza in presunzione di colpevolezza, chi tirerà in ballo Berlusconi, quale articolo di colore comparirà per esempio sulla Stampa, il quotidiano che ha sparato in prima pagina una notizia che sarebbe da prima pagina in un Paese normale, un Paese dove le inchieste siano una cosa seria e dove chi sbaglia paghi, si tratti di un prete o un politico o un magistrato, un Paese dove abbia un senso che un indagato non eserciti o non si candidi: ma noi siamo in Italia, dove un’inchiesta e qualche volta la galera non si negano a nessuno, dove essere indagati per il reato del momento è quasi un fatto di costume, un trend, una sfilata noiosa che il pubblico ormai diserta perché tanto non distingue più nulla, sa soltanto che la pedofilia quest’anno si porta assai ma che per il resto pare il solito derby destra-sinistra.
E adesso, magari, dovremmo partecipare anche noi, secondo il rito dovremmo cogliere l’occasione per infilare la nostra preziosa opinione su don Gelmini: è un’altra usanza del nostro giornalismo, uno va in disgrazia e allora partono i grandi ritratti, le sincere opinioni delle brave penne. Ma è l’ultimo giorno al mondo per farlo. Le opere non mutano i diritti. Ci sono pochi fatti chiari, e sono gli unici che dovrebbero interessare prima di scaldarsi: don Gelmini è indagato sulla base dei racconti di alcuni tossicodipendenti (o ex, non è chiaro) che secondo voci non confermate furono scoperti a rubare in comunità e uno dei quali è pure galeotto, tanto che il suo racconto è stato verbalizzato nel parlatorio di un carcere. Non si sa praticamente altro: il pubblico ministero cerca riscontri da circa sei mesi, il quadro offre tipicamente il fianco alla possibile piccola vendetta, al risentimento rivolto contro un uomo talvolta assai rigoroso e che puoi tipicamente amare o viceversa. Due altre cose sono certe: la prima è che non è assolutamente detto che don Gelmini venga neppure rinviato a giudizio (processato) e la seconda è che grazie ai soliti meccanismi mediatici qualche italiano è già convinto che don Gelmini sia un pedofilo. Garantito.
Il resto si sa. Chi sia don Gelmini è noto in più parti del mondo, e che sia un benefattore per decine di migliaia di emarginati e poveri e tossicodipendenti e malati di Aids, curati in 267 comunità, non è un mistero davvero per nessuno. Chi ama don Gelmini fa bene a difenderlo con tutta la passione che ha, ma la passione non dovrebbe essere neppure necessaria: trasformare questo paese in un Paese civile, in uno Stato di cosiddetto diritto, significa anche non sostenere neppure che don Gelmini, in virtù delle sue opere, abbia «diritto più di chiunque altro che si diradi ogni ombra» come ha detto ieri l’onorevole Alfredo Mantovano.
Don Gelmini è un uomo, è un cittadino, è un italiano: questo dovrebbe bastarci. Solo in questo modo il clamore mediatico che questa probabile porcata giudiziaria si porterà dietro sarà non il segno di un garantismo privilegiato, ma il viatico affinché ciò che non capiti a don Gelmini possa non capitare a ciascuno di noi, che purtroppo benefattori non siamo.
Filippo Facci