L’incognita Gaza sui negoziati tra Siria e Israele

Un cinico detto in voga a Beirut afferma che si può sempre affittare un libanese. Comprarlo mai. Se si sapesse chi ha affittato chi alla Conferenza di pacificazione libanese a Doha, si potrebbe capire quello che sta succedendo in Libano e il vero significato dei «contatti indiretti» fra Israele e la Siria e fra Israele e Hamas. Per il Libano si sa che il fronte pro siriano ha rimosso il suo veto alla nomina del generale cristiano Suleyman alla presidenza della Repubblica vacante da mesi. D’altra parte il fronte anti siriano ha ottenuto un ministro in più al governo e il diritto di veto su tutte le decisioni «strategiche».
Ciò che non si sa, invece, è se gli hezbollah hanno ottenuto ciò che volevano e cioè la riforma dello Stato Maggiore e dell’intelligence militare. Non si sa neppure quello che i sauditi, feriti dalla messa in fuga del loro ambasciatore a Beirut da parte degli hezbollah, intendano fare per rinforzare l’alleanza governativa fra cristiani e musulmani sunniti contro il potere degli sciiti. La trasformazione del Libano in un mini Iran non è per domani nonostante le paure americane e israeliane. Il che conduce a chiedersi se dietro la ripresa dei negoziati fra Gerusalemme e Damasco c’è qualcosa di più di un’operazione di relazioni pubbliche. Utile alle parti resterebbe dubbiosa nei risultati per varie ragioni: 1) nel quadro dell’asse Damasco-Teheran e nonostante le differenze fra i due regimi, gli interessi reciproci restano strategici. 2) la Siria pone la riconquista delle terre occupate da Israele nel 1967 (le alture del Golan) al terzo posto delle sue priorità dopo il Libano e l’uscita dall’isolamento a cui l’hanno relegata Bush e la guerra in Irak. Non potendo trattare direttamente con Washington ammicca in quella direzione parlando indirettamente di pace con Israele. 3) il motore di questi contatti è il primo ministro turco a cui né Olmert né Assad possono permettersi di far perdere la faccia in una iniziativa di pace rivolta soprattutto a guadagnarsi le simpatie europee. 4) questo riporta i negoziati alla «palude» di Gaza attraverso contatti indiretti (tramite l’Egitto che né Israele né Hamas possono permettersi di contrastare troppo).
Non si tratta di negoziati di pace e neppure di armistizio (ancora inaccettabili per le parti perché condurrebbero al riconoscimento reciproco) ma di una tregua che non è da escludere. La popolazione di Gaza e quella di Israele ne hanno bisogno; c’è la disponibilità egiziana di ostacolare il riarmo di Hamas ma ci sono problemi difficili da superare. Anzitutto l’incapacità di Hamas di controllare le sue frange radicali per le quali sparare contro Israele è questione di sopravvivenza. In secondo luogo a causa dell’opposizione dei servizi di sicurezza israeliani allo scambio fra il caporale Shalit catturato due anni fa e centinaia di prigionieri palestinesi detenuti in Israele. Per la popolazione palestinese la liberazione dei prigionieri è più importante della fine di un assedio che in pratica non c’è dal momento che i palestinesi possono circolare attraverso i Paesi arabi. Ma la restituzione di centinaia di prigionieri darebbe ad Hamas un prestigio che rinforzerebbe la sua autorità e indirettamente potrebbe essere visto un serio indebolimento da parte di Israele del prestigio di Abu Mazen. Per Olmert, screditato dall’opinione pubblica (secondo il leader del Likud Netanyahu «non ha il diritto morale» di negoziare visto il suoi coinvolgimento nelle indagini) opporsi a servizi di sicurezza non è facile. Ma l’accordo di tregua a Gaza è la chiave per sviluppare i contatti con la Siria e anche forse per la sua sopravvivenza politica.